domenica 9 giugno 2013

COME RIDARE UN FUTURO AI NOSTRI FIGLI?

COME RIDARE UN FUTURO AI NOSTRI FIGLI?
Sotto vi sono circa 30 articoli di Proposte Operative di dettaglio e di Analisi, che costituiscono un grosso lavoro di base.
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Parte 1 – Riduzione Massiva della Spesa Pubblica e della Tassazione
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Proposte Operative per ridurre la Spesa Pubblica (cliccate sulla voce per  vederli)
Proponiamo una riduzione della Spesa Pubblica per 150-200 miliardi (PUBBLICATA SU RISCHIO CALCOLATO). Il criterio di fondo non e’ il taglio dei servizi, ma quello degli sprechi e delle inefficenze. Abbiamo analizzato l’intero bilancio delle Amministrazioni pubbliche, e ne risulta, facendo confronti regionali, che in ogni settore si annidano forti sprechi. Adottando il criterio dell’imitare il Migliore in ogni settore di spesa (il territorio che da’ migliori servizi e spende meno) ne risulta che l’Italia potrebbe risparmiare circa 100 miliardi, avendo migliori servizi. L’altra meta’ della riduzione e’ rivolta a Spese che l’Italia non puo’ permettersi e che vanno razionalizzate. Le proposte hanno un’arco temporale di attuazione di 5-7 anni. Le Spese che non sarebbero soggette a riduzione, ma anzi verrebbero aumentate, sono quelle per Investimenti e per Protezione dalla Disoccupazione.
Le Pensioni
Etf Italia (Abbattere i Costi del Debito Pubblico)
- La Difesa e le Forze Armate
La Sanità
- Contributi alla produzione ed agli investimenti, Prestazioni sociali extra previdenziali, Aiuti e trasferimenti, investimenti
- Privatizzazione RAI
- Acquisti di beni e servizi, consumi intermedi
Dismissioni e valorizzazione del Patrimonio Pubblico
  
Riduzione e Semplificazione Fiscale (cliccate sulla voce per vederli)
- La Rivoluzione Fiscale


Parte 2 – Riduzione immediata del Debito Pubblico
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 In questa sezione analizziamo delle Proposte Operative, tanto nell’immediato quanto nel tempo, per ridurre il Debito Pubblico (PUBBLICATA SU RISCHIO CALCOLATO).  Focus particolare nella valorizzazione e dismissione dei patrimoni pubblici. Il tutto va letto con l’obbligo di pareggio di Bilancio.
- Riduzione immediata Debito Pubblico
- Dismissioni e valorizzazione del Patrimonio Pubblico

Parte 3 – Le Riforme (cliccate sulla voce per vederli)
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Proponiamo alcune riforme in questa sezione (PUBBLICATA SU RISCHIO CALCOLATO). Oltre a quelle che vedete, in alcuni post trovate altre riforme, come quella dello Stato e delle Amministrazioni Pubbliche (nella Parte 1 nel Post della Casta). Ovviamente vi sono altre riforme non citate che sarebbero necessarie: Giustizia, Burocrazia, etc

- Istruzione
- Mercato del Lavoro
- Liberalizzazioni

Approfondimenti e Proposte tematiche (cliccate sulla voce per vederli)
 In questa sezione, analizziamo una serie di tematiche (il Sud, il problema della Crescita Economica, L’Euro, etc) e facciamo proposte specifiche (PUBBLICATA SU RISCHIO CALCOLATO e SCENARIECONOMICI.IT).
- Questione Meridionale: Analisi e Proposte operative
- Crescita Economica: Analisi e Proposte per far Ripartire il PIL
- Riduzione della Spesa Pubblica da 200 miliardi per Dummies
- Le misure da adottare nei primi 365 giorni
- RIPRISTINARE la SEPARAZIONE tra banche SPECULATIVE e banche TRADIZIONALI

Parte 4 – Uscire dall’euro e tornare alla Sovranita’ Monetaria (cliccate sulla voce per vederli)
E’ essenziale uscire dall’euro (PUBBLICATA SU RISCHIO CALCOLATO e SCENARIECONOMICI.IT)
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 A T T E N D O    R E A Z I O N I    E   S U G G E R I M E N T I

By GPG Imperatrice
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PIANO STRATEGICO OPERATIVO PER FAR RINASCERE L’ITALIA

PIANO STRATEGICO OPERATIVO PER FAR RINASCERE L’ITALIA

da scenarieconomici.it

PREMESSA
Guardando la situazione Italiana ho spesso il mal di testa. Il paese e’ sostanzialmente allo sbando e manca tanto una classe dirigente seria con un briciolo di spirito di servizio, tanto una visione strategica capace di dare un futuro a tutti noi.
E’ ben chiaro che “manca il manico” di una classe dirigente mediocre, non limitata a quella politica, ma che governa anche l’economia, le parti sociali ed il mondo dell’informazione, incapace di dare una strategia operative alla nazione, e di essere d’esempio ai cittadini nel comportamento quodidiano. La soluzione e’ trovare una nuova classe politica, anche se onestamente non vedo nulla neanche all’orizzonte, menche nelle nuove ed emergenti formazioni.

PIANO STRATEGICO OPERATIVO PER L’ITALIA
 A mio avviso, dal punto di vista strategico, il rilancio della nazione passa attraverso le seguenti 4 azioni
1)      UNA RIDUZIONE DRASTICA DEGLI SPRECHI E DEI LUSSI DELLO STATO, LIBERANDO RISORSE PER INVESTIMENTI E PER UNA MASSIVA RIDUZIONE DELLE TASSE SUI PRODUTTORI
 Anche di questo punto ho ampiamente scritto che proposte di dettaglio. In sintesi l’idea e’ ridurre la Spesa Pubblica di circa 200 miliardi senza sostanzialmente compromettere l’efficienza dello stato. Circa 12 miliardi verrebbero dalla riduzione drastico del peso politico a tutti I livelli, altri 90 verrebbero utilizzando il “Criterio dei migliori” (in sintesi da interventi sul Personale della PA, pensioni di invalidita’, spese sanitarie ed amministrative volti a portare tanto il livello di Spesa quanto quello di efficienza al livello della Regione di riferimento, quella che fa meglio), il resto da interventi di vario tipo, quali la sostituzione degli aiuti alle imprese in crediti d’imposta, interventi sugli acquisti della PA, sulle pensioni d’oro e su alcune disfunzioni rimaste nel sistema pensionistico, etc.
Questa massa di denaro deve essere immessa nel sistema tramite maggiori investimenti e spese per creare un sistema di tutele che oggi e’ fortemente iniquo, ma soprattutto per ridurre drasticamente il livello di tassazione su Imprese, Lavoratori e  Famiglie (eliminazione IRAP, eliminazione IMU sulla prima casa, riduzione accise e semplificazione balzelli, riduzione della tassazione diretta su lavoratori e famiglie).

2)      UNA PATRIMONIALE SULLO STATO, PER RIDURRE IL DEBITO PUBBLICO
 Anche su questo tema ho ampiamente scritto. L’Idea e’ fare una serie di misure straordinarie per mette a dieta lo stato, dismettendo tutto cio’ che non e’ essenziale, quali una serie di aziende, di immobili, etc, e cartolarizzando I crediti inesigibili. La dimensione della manovra e’ tra I 200 ed I 400 miliardi. Le risorse andranno al pagamento dei crediti della PA ed ovviamente alla riduzione del Debito Pubblico.

3)      USCITA DALL’EURO, RIPRISTINO DELLA SOVRANITA’ MONETARIA
 Ne ho scritto in tanti articoli numerici, di analisi degli indicatori economici degli ultimo 20 anni. Il ritorno ad una valuta nazionale non solo e’ un vantaggio dal punto di vista economico, ma ci consente sostanzialmente di tornare “a badare a noi stessi ed alla conseguente responsabilita’”. Al tempo stesso ci permette di uscire da una costruzione che governa l’Euro, che sostanzialmente fa l’interesse di altre nazioni (Germania, Francia), non ha alcun fondamento democratico, ha politiche fortemente antiliberali e sostanzialmente suicide. Il ritorno ad una valuta nazionale, altro non e’ che il ritorno alla Normalita’, che e’ una valuta nazionale che rispecchia nel suo valore il peso reale dell’Italia, ed di una Banca Centrale che fa politiche nell’interesse nazionale, uscendo da un esperimento, l’Euro,  che sostanzialmente e’ un esperimento fallito tanto dal punto di vista economico e perfino dal fondamento della stabilita’ (di fatto ci sta regolando un’instabilita’ ed una recessione permamente).

4)      RIFORME – EPOCALE PASSAGGIO DAL”COMPLESSO” AL “SEMPLICE”
 E’ evidente che se l’Italia non si da’ una regolata rendendo I servizi fondamentali piu’ semplici ed immediate, perde un opportunita’ enorme. E’ ovvio che bisognera’ fare RIFORME importanti su Mercato del Lavoro, Sistema Fiscale e Tributario, Burocrazia, Giustizia che abbiano questa stella polare, col preciso scopo di consentire di rendere piu’ agevole lavorare, investire e soprattutto vivere in questo paese. Nel passato ho fotto alcune proposte su alcuni di questi temi.

CONCLUSIONI
Questi 4 punti sono a mio vedere la chiave per rilanciare il paese. Purtroppo, oltre ad avere la chiave strategica ed operativa, dovremmo avere le PERSONE in grado di attuarla o perlomeno provarci. Ed e’ questo, esattamente questo il problema fondamentale. L’attuale classe dirigente Italiana (sia quella politica, ma anche quella buracratica-parassitaria, e quella che gestisce le leve economiche, l’informazione e le corporazioni) andrebbe semplicemente rasa al suolo. Il punto e’ che I potenziali candidati a subentrare nelle leve del potere, appaiono a mio avviso assai poco convincenti. Lo stesso 5 stelle ha un programma che se applicato porterebbe la spesa pubblica nell Iperspazio (Reddito cittadinanza, IMU, No tagli in vari settori, Pensione a 60 anni a fronte di tagli che porterebbero ben poche risorse). Dal mondo delle Imprese o della Finanza, I Monti ed I Montezemolo appaiono “pillole” perfino peggiori del male da curare. L’astro Giannino e’ morto nella culla. Renzi, chissa’? Restiamo in attesa di qualcuno con la testa sulle spalle.

PS: consentitemi un articolo qualitativo e non di analisi grafica e numerica ogni tanto.

By GPG Imperatrice

Piano Italia - CGIL

Camusso: il nostro Piano per l'Italia


Obiettivo piena e buona occupazione
 Il lavoro è stato per noi e deve restare l’ingresso nella vita adulta, nella vita autonoma, nel piacere del realizzare i propri progetti e i propri sogni. Per questo il lavoro non può essere povero, figlio del massimo ribasso, incerto. Non può essere precario. Il lavoro è condizione concreta di orario, professionalità, salario, è diritti e doveri. È dignità. Il lavoro non può essere nero, sommerso, schiavizzato, mercificato. Il lavoro è sapere e conoscenza, qualità e investimento. Per questo la precarietà va combattuta, in quanto nega saperi, certezze, valore. Il lavoro può essere anche la frustrazione, la preoccupazione e l’angoscia di perderlo; la rabbia di non trovarlo. Può trasformarsi da libertà a prigionia se invece del collocamento si incontra un caporale.
  Come diciamo da tempo, la crisi italiana è parte di quella mondiale, è declino -come denunciamo dal 2004-, per alcuni aspetti è già deindustrializzazione, degrado dell’etica pubblica e della legalità, riduzione del pubblico, welfare negato. Dobbiamo essere netti: non si esce dalla crisi italiana se non c’è un governo che sappia e voglia scegliere, che sappia proporre una via di uscita dalla crisi. 
 
Senza Europa non c’è neanche l’Italia
 Senza Europa non c’è neanche l’Italia. Anche qui, non serve rimpiangere il tempo che fu. I costi sociali ed economici del ritirarsi dall’Eurozona sarebbero drammatici per il nostro Paese; il costo politico della fine dell’unità europea sarebbe tragico e nemico della pace per il nostro continente e per il mondo. Indubbiamente, però, stare in mezzo al guado, come è oggi l’Europa è altrettanto negativo. Favorisce instabilità e recessione, è foriero di crisi continua.

Bisogna rilanciare con forza l’idea degli Stati Uniti d’Europa. Per questa via costruire un nuovo equilibrio che preveda anche la cessione di poteri nazionali, scelta profondamente differente dall’attuale, che sembra più un commissariamento attuato attraverso politiche monetarie.
Per questo bisogna creare le condizioni perché l’Europa decida sugli Eurobond, strada necessaria per lo sviluppo.

In più, o meglio a premessa, formuliamo una proposta che troverete allegata in dettaglio al Piano del Lavoro. Si tratta della mutualizzazione del 20% del debito di ogni Stato e quindi di tutti i paesi dell’Eurozona. Strada che permetterebbe di abbattere significativamente i vincoli sul debito, di superare la ristrettezza della politica sul debito e di liberare risorse per lo sviluppo.



Prima necessità, equità fiscale
La prima grande necessità si chiama equità fiscale, una seria progressività della tassazione e una tassa sulle grandi ricchezze, sui patrimoni e sulle rendite finanziarie mobiliari e immobiliari. Non mi soffermerò a lungo sull’evasione fiscale ma certo è una delle strade di finanziamento, soprattutto di sostegno nel tempo dei singoli progetti operativi che compongono il Piano. 

In questo campo si sta affermando una rinnovata etica, che si è cercato di travolgere anche con minacce ed attentati ai lavoratori di Equitalia e delle Agenzie delle Entrate. Questo dà la misura di quale conflitto di modernità - in questo caso la parola è corretta - determini una politica vera di contrasto all’evasione fiscale. Una politica equa e basata sulla certezza del diritto, che deve raccogliere sempre più consenso e dotarsi di una strumentazione certa quale tracciabilità e moneta elettronica, perché ciò che emerge non si risommerga l’anno successivo. 

Vogliamo ragionare dei fondi della previdenza complementare, a partire dai fondi contrattuali che, come si è visto in questi giorni, sono fonte di sicurezza per tanti lavoratori associati. La previdenza complementare è risparmio dei lavoratori, un risparmio ancor più essenziale dati i repentini cambiamenti della previdenza pubblica che ne diminuiscono il valore. Innanzitutto il risparmio dei lavoratori va protetto, garantito. Tuttavia è un patrimonio che, invece di restare nella gestione della sola finanza, può e deve essere impiegato per politiche di rilancio del Paese. Emerge ogni tanto l’idea che il risparmio dei fondi debba essere utilizzato più o meno direttamente verso le imprese, per la loro capitalizzazione. Vogliamo essere netti, non è questa la strada, primo perché il risparmio deve essere protetto e garantito, secondo perché verrebbe meno il fine collettivo che sempre guida le scelte di un sindacato. Utile, anzi necessario, è invece indirizzarlo verso politiche industriali ed infrastrutturali determinate da scelte pubbliche e condivise.

 Noi non ci stanchiamo e non ci stancheremo di ripetere che questo risparmio va garantito. Meccanismo possibile, anzi già attuato, giustamente, per il risparmio postale. Non a caso Cassa Depositi e Prestiti agisce sul risparmio postale, garantito dallo Stato.

  Pensiamo che Cassa Depositi e Prestiti debba e possa allargare le sue potenzialità e metterle al servizio di scelte di politica industriale. Nel testo troverete un compiuto ragionamento sulla sostenibilità finanziaria del Piano del Lavoro, con una simulazione del CER che la calcola e la argomenta, ed essendo una simulazione è costruita per ipotesi, come se il 2013 fosse già anno a regime.

Il lavoro, come crearlo e come difenderlo


   Ovvero una straordinaria versatilità e creatività del lavoro, quella che determinò il boom economico e che è la risorsa del made in Italy e poi il suo territorio, nel senso compiuto e non solo geografico della parola.

Un territorio che troppo spesso ci appare come il mappamondo pieno di cerotti di Mafalda, e abbiamo lo stesso sguardo sconsolato, il sottotitolo dice “quanto spreco e quanta inutilità”. Il nostro territorio è geograficamente ben collocato, denso di patrimonio naturale, arte e cultura più di qualunque altro Paese del mondo. È la nostra risorsa, la nostra materia prima. È fonte di economia e ricchezza, visto che quelle che sono tradizionalmente intese come materie prime non le abbiamo e sono sempre e comunque da importare. Se vogliamo essere brutali, oggi questa nostra ricchezza è un costo ed un bene pubblico in estinzione, o meglio in rapido consumo. Allora, la priorità del nostro Piano del Lavoro, che coniuga emergenza e medio periodo, è esattamente quella della messa in sicurezza del Paese e per questa via progetta la creazione di lavoro per giovani donne e giovani uomini.

Una messa in sicurezza non fatta di cerotti, ma di prevenzione e cura, salute del Paese. Una cura che duri nel tempo, che si trasformi oltre che in salute, in ricerca e innovazione dei processi, delle tecnologie, dei materiali che si utilizzano, della sostenibilità. Territorio che si collega a scelte di politica industriale, nuovamente sfruttando le competenze ampie ed importanti del nostro Paese. L’Italia, tante volte prima nel mondo, come produttrice di macchine utensili, può cimentarsi in tecnologie dedicate alla salvaguardia del Paese. Penso al ciclo dei rifiuti e al consolidamento del territorio. Per questo dicevamo non cerotti ma un lavoro di cura, che accompagna ricerca, innovazione, nuove tecnologie applicate e quindi lavoro qualificato. Territorio come patrimonio artistico e culturale, che va reso fruibile, su cui nuovamente investire, che sia luogo fertile per accogliere e produrre le migliori tecnologie per la conservazione, come per tanto tempo è stato, che sappia esportare conoscenza e metodi e non invece doverli importare.

Come si vede, un Piano straordinario di occupazione qualificata, stabile e corredata delle tutele e dei diritti universali, favorito anche da un piano di incentivazione delle assunzioni. Un Piano straordinario che si articola in bonifiche, manutenzione, valorizzazione, ricostruzione, determinazione di un nuovo ciclo economico e sottrazione all’illegalità. Un Paese riqualificato, che fa tornare il territorio fruibile, propone anche l’occasione per ragionare di quella che dovrebbe essere la nuova riforma agraria, ovvero la qualità dell’insediamento, i prodotti tipici, l’accorciamento della filiera distributiva, il ciclo integrato con la trasformazione, ma anche protezione, utilizzo ed abitabilità del territorio oggi abbandonato, dell’insediamento boschivo.

Come vedrete non giochiamo con i numeri dei singoli progetti, non abbiamo l’idea di vendere sogni. Vogliamo percorrere strade di moltiplicazione di lavoro che rappresentino una concreta prospettiva. Quando indichiamo la creazione di lavoro - attraverso il territorio da mettere in sicurezza, il patrimonio artistico e culturale, i giovani da assumere - abbiamo uno sguardo nazionale e una particolare attenzione al Mezzogiorno del nostro Paese. Abbiamo sempre pensato che non vi è prospettiva per l’Italia se non si riduce drasticamente il divario che si è creato e sottolineiamo che nel Mezzogiorno la disoccupazione delle donne è oltre l’allarme sociale.

Guardiamo con attenzione al Mezzogiorno perché la nostra proposta ed il suo metodo di attuazione può e deve correggere le logiche sbagliate dell’utilizzo dei fondi europei, altra importante risorsa per alimentare il Piano del Lavoro. Teniamo a sottolineare che tutti i nostri progetti operativi mirano a produrre ulteriori accorciamenti delle distanze, convinti come siamo che politiche eguali in contesti diseguali generino maggiori diseguaglianze. Ed altrettanto convinti che l'Italia può uscire dalla crisi se è tutta insieme. A pezzi si aggrava la crisi. Al Piano straordinario per i giovani si affiancano i progetti di “sistema Italia” e le proposte di riforma a nostro avviso necessarie. Non elencherò tutti i singoli progetti che trovate nel Piano sui quali vi saranno ulteriori approfondimenti e confronti.

Istruzione, P.a. e legalità, le riforme necessarie
La prima straordinaria riforma di cui ha bisogno il nostro Paese è quella dell'istruzione. In questi anni abbiamo avuto tagli e i risultati sono dinnanzi a tutti: aumento della dispersione scolastica, riduzione delle iscrizioni all'università, cervelli in fuga, blocco della mobilità sociale, regressione culturale sulla scuola dell'infanzia. Fino a generare in tanti giovani l'idea che studiare è inutile, lasciando che entrino così in un circuito di marginalità. Un vero record nel secolo della conoscenza. Sviluppo della scuola dell'infanzia, obbligo a 18 anni e diritto allo studio sono l'asse portante di una riforma che ha per fondamento l'istruzione come risorsa collettiva e dei singoli e l'educazione permanente come necessità individuale e sociale.

Il welfare è parte integrante delle proposte del Piano del Lavoro, perché welfare è motore di sviluppo, perché è cittadinanza, perché riduce diseguaglianza, contrasta la marginalità perché affronta il cambiamento demografico, permettendo ad ognuno di esserci fronteggiando solitudini ed isolamenti. Il welfare in questi anni è stato solo tagliato, non riformato. Nella logica dei tagli e della riduzione del perimetro pubblico, quella che ha determinato una regressione della Pubblica Amministrazione, della sua qualità ed efficienza. Nell'adagio ripetuto e sbagliato dell'eccesso di spesa pubblica, non si è mai detto che si spende molto, ma si spende poco per il lavoro e per le politiche sociali dei servizi. Meno che negli altri paesi Europei. Noi rivendichiamo con orgoglio che nostra è stata l’idea della privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico.

 Oggi rivendichiamo la scelta di voler avviare una nuova riforma della Pubblica Amministrazione, la cui premessa è il completamento della contrattualizzazione del rapporto di lavoro: dalla certezza della responsabilità dei dirigenti alla necessità di confronto e definizione dell’organizzazione del lavoro. Una riforma che abbia a cuore il rapporto con i cittadini, che non possono e non devono vivere il rapporto con la Pubblica Amministrazione come fosse un labirinto ad ostacoli. Potremmo dire che i servizi pubblici hanno bisogno di coccole: coccole come cura del e nel servizio pubblico, accoglienza come attenzione agli addetti e agli utenti che insieme possono determinare una migliore qualità delle prestazioni. Questo si può fare non segmentando in contratti diversi prestazioni uguali, non corporativizzando per professioni, ma considerando il concerto di professionalità che costituiscono un servizio, decentralizzando e considerando il territorio il luogo dove i cittadini incontrano le Pubbliche Amministrazioni, quindi dove accorpare e mettere in rete i servizi.

 
 
 Puntare su politica industriale, ricerca e innovazione
Provo a tracciare le indicazioni fondamentali: la politica industriale e la programmazione; dalla ricerca pubblica da sostenere seriamente, all'incentivazione di quella privata; le nuove tecnologie e l'innovazione; il risparmio e le reti. Consideriamo l’industria pubblica come motore e catalizzatore di altri investimenti, non un bene in saldo al miglior offerente. Si possono fare tanti esempi, anche per dare senso alle scelte di investimento. Mi limiterò ad alcuni: come immaginare un serio investimento se non si agisce sulle reti e sull'innovazione dei materiali dell'edilizia?

Come affrontare le infrastrutture di mobilità se non ci si pone il tema di un sistema pubblico di trasporto integrato, dal livello locale a quello nazionale, e se non si è produttori di mezzi di trasporto collettivi, dai treni agli autobus? Ed ancora, come si può immaginare investimenti e infrastrutture rispettose del consumo di territorio ed ambiente se non viene definita una politica, le priorità e se non si sottraggono al patto di stabilità interna i quattrini per gli investimenti che le amministrazioni locali oggi conservano a futura memoria? Se nulla sarà più come prima, questo vale innanzitutto per la produzione industriale dei servizi. Non è solo attenzione ai cicli produttivi, tema fondamentale per ricostruire un governo della prestazione lavorativa.

È soprattutto un’idea di trasformazione verso un’industria migliore per produzione e prodotti sostenibili. Vi è nel nostro Paese un vento pericoloso; quello che fa coincidere produzione industriale, soprattutto quella pesante, con veleno. Una simile equazione porta inevitabilmente a cancellare e chiudere. Come se il nostro Paese fosse sfiduciato, incredulo della possibilità di produrre “pulito” e dall’efficacia della trasformazione. Un dibattito spesso inquinato anche dalla scarsa conoscenza della complessità del ciclo produttivo, dell’importanza dei materiali. Un salto rapido di qualità va fatto nella determinazione delle migliori tecnologie antinquinamento, come indica la direttiva europea e nella certezza delle regole.

Il nostro Paese da tanto tempo, negando il lavoro come produttore di ricchezza, non si interroga più su come esso funziona, quali legami, come opera; si sarebbe detto una volta, la catena del valore. Come non conosce il lavoro e non si interroga sulle sue trasformazioni. A questa idea destrutturatrice dell’industria del nostro Paese, si somma quell’altra filosofia, tante volte vista all’opera in questo periodo che, quando sente l’espressione "crisi di un’azienda", di un gruppo, la trasforma in “azienda decotta” e quindi da chiudere. Questo modo di pensare, intanto, non fa i conti con la profonda crisi del sistema produttivo e il rischio che scompaia un quarto del sistema. Quando diciamo che insieme a cercare lavoro bisogna difenderlo, pensiamo esattamente a questo. Vogliamo conservare tutto così com’è? No, o meglio, non è tutto uguale e non per tutto vale solo la difesa.

Ma soprattutto, una politica industriale deve guidare nella trasformazione alla produzione verde, a nuovi prodotti che guardino alla sostenibilità oggi e domani. Esperienze ci sono: pensiamo alla chimica verde, a materiali che non diventano rifiuti indistruttibili. Troppo poco rispetto alla necessità. Eppure non c’è settore che non possa proporsi questo traguardo. Dal packaging nell’industria alimentare, al riciclo, ai nuovi materiali, c’è un campo infinito di materialità della produzione e di prodotti che può essere innovato e rivoluzionato. Certo è la responsabilità delle singole imprese, ma lo è anche del governo, della scelta pubblica che deve indirizzare la domanda, scegliere, commissariare, indicare vincoli e prescrizioni, ma soprattutto alimentare la ricerca in quella direzione. Individuare priorità.

Anche in questo caso, come nelle crisi aziendali che non sono chiusure da programmare, vi è da cambiare il modo in cui si calcolano i costi; non solo quelli sociali, ma gli effetti di risparmio che un prodotto sostenibile ha rispetto ad un altro, oltre ai risparmi che si determinano con la riduzione delle politiche di risanamento. Così si determina che non sono nuove risorse da investire, ma da un lato spesa, dall’altro risparmio. Sull'inquinamento si sono trovate soluzioni di tasse, in realtà multe da pagare. Una strada che se non si traduce in incentivazione al cambiamento, quindi di nuovo spesa e risparmio, rinvia il problema ed aggrava il consumo del pianeta, del territorio. Un’altra ragione della necessità di un governo e di una visione compiuta del Paese e delle politiche da realizzare.

Un’altra ragione contro i cerotti, per una politica che coniughi emergenza e medio periodo. Questa idea si chiama, si è sempre chiamata, programmazione e coinvolgimento di tutti i soggetti verso quel bene collettivo che è il Paese. Non è dunque una bestemmia né un pericolo sovversivo, è la scelta di ricondurre l'intervento pubblico alla sua natura e, perché no, di riabilitare la parola stessa. Se si ha un'idea positiva di futuro bisogna misurarsi con l'intervento pubblico in tutte le sue caratteristiche, da datore di lavoro, in certi casi anche di ultima istanza, a costruttore di domanda, a sostenitore di scelte, ad effettivo conduttore delle imprese partecipate, a generatore e gestore di servizi e quindi di welfare. Ma intervento pubblico è anche qualità dello Stato e delle sue istituzioni, e quindi riforme. “Riforma” è sempre più parola malata; lo abbiamo visto con quelle realizzate in questi anni, che non hanno migliorato le condizioni di molti determinando un compromesso più avanzato, ma hanno tagliato risorse, condizioni e prerogative, in qualche caso alterando persino il patto di cittadinanza. Allora vorremmo essere chiari, per noi la parola “riforma” torna al senso originale, cambiare per ridurre diseguaglianze, per dare risposte eque ed efficaci, per traguardare lo sviluppo, non per ridurre lo spazio pubblico e di cittadinanza.

Il Piano del Lavoro per uscire dalla crisi
Il Piano del Lavoro è la nostra proposta per uscire dalla crisi, la traccia con la quale indichiamo che Paese potremmo essere, l'idea di un nuovo modello di sviluppo che generi benessere. Non nascondiamo che è una proposta che si confronta con una composizione di parametri del PIL ben più ricca e vasta. Un adagio di questi anni, dicevamo, è il welfare come costo, è il welfare che non deve più essere lavorista, è il cambiamento della popolazione, dai migranti all’allungamento dell’aspettativa di vita, che lo rendono un costo insostenibile nel tempo e così via. Una litania infinita. Abbiamo detto che rivendichiamo la riforma della Pubblica Amministrazione, essenziale sia per il welfare che per la programmazione.

 La composizione della popolazione muta, si allunga la vita, ci sono esigenze che slittano nel tempo, c’è un grande tema di invecchiamento attivo, che non può essere solo allungamento infinito degli anni di lavoro, così come il ponte generazionale abbiamo capito essere tutto nuovamente a carico delle parti. Ma se è così, questo welfare non funziona con la nuova legge delle pensioni e il metodo contributivo ad attuali coefficienti. Ma la popolazione muta nelle solitudini, nei bisogni che si vedono e che vanno rilevati. Ci vogliono politiche di domiciliarità per la non autosufficienza, favorendo l’autonomia ma non trasformandola in solitudine. Serve un’idea vera di politiche attive di sostegno al reddito, formazione, diritto allo studio dalla primissima infanzia. Ovvero nuovo welfare non è un esercizio teorico, è misurarsi con le persone, in un grande rispetto delle loro scelte nell’attenzione alla coesione sociale, come abbiamo detto parlando di contrattazione sociale.

Nel Piano del Lavoro di cui siamo soggetto promotore e attore non solitario, abbiamo detto che nessuno è autosufficiente e che non ci vogliamo sostituire ad alcuno. Riteniamo che tra le pagine da voltare, nel “nulla sarà come prima”, c'è anche quella compiuta con la svalorizzazione della rappresentanza sociale, e di quella del lavoro in primis. Poniamo esplicitamente il problema del riconoscimento e del rispetto. Non è riconoscimento e rispetto quel tramestio che caratterizza la campagna elettorale in corso, che non distingue i ruoli, che confonde responsabilità, che cerca nemici per non provare a misurarsi sui contenuti, che scarica responsabilità per non ammettere che ha trascurato il Paese. Abbiamo delineato la priorità, il lavoro, una proposta per l'emergenza, i giovani e la creazione di posti di lavoro, la riorganizzazione del Paese con i progetti operativi. Abbiamo cioè indicato la necessità di un nuovo compromesso sociale. Lo abbiamo qualificato non guardando a come eravamo, ma come scelta per determinare la qualità di quel “nulla sarà più come prima”.

Governare quel cambiamento è progettare il futuro che dobbiamo cominciare a costruire nel presente. Una nuova stagione di partecipazione, di condivisione, di conflitto positivo, non preventivo e non fine a se stesso. Per questo, lo diciamo ai nostri ospiti, vedremmo con orrore un'interlocuzione tipo “il vostro programma è il nostro”. L'esperienza ci dice che è strada sbagliata e scivolosa. Sbagliata perché quando diciamo “ci vuole un nuovo compromesso sociale” non pensiamo ad un patto generale, magari di legislatura. Il Piano del Lavoro è una proposta compiuta che mettiamo a disposizione del Paese, intorno alla quale crediamo possa crescere un dibattito e una mobilitazione collettiva, che dovrà e potrà vedere accordi generali o più specifici, tra parti e non tra partner. Il fine, cioè, è il merito delle cose che si faranno, non il metodo.

Il Piano del Lavoro è l'oggi e i prossimi anni. Sarà per noi la misura del cambiamento e dell'idea di sviluppo del Paese. Non ci distrarrà dall'idea che priorità nel Piano del Lavoro è creare lavoro per i giovani, ma serve subito, lo dico nuovamente ai nostri ospiti, dare un segno della qualità politica di una nuova stagione affrontando alcune scelte che tra l'altro non costano. La prima è senz’altro la cancellazione dell'articolo 8 e dell’articolo 9: se l’articolo 8 è quel passo indietro che la legislazione deve fare perché la contrattazione sia libero esercizio delle parti, non costruzione derogatoria e cancellazione delle certezze contrattuali, l’articolo 9 è un problema di civiltà, di necessità di inclusione dei diversamente abili, di dignità e rispetto, che mai troverà risposta nella costruzione di ghetti.

La seconda è la legge sulla democrazia e rappresentanza a cui proviamo a contribuire lavorando per l'accordo tra le parti. Mentre temiamo che urgenza ed emergenza restino gli ammortizzatori in deroga e la soluzione per gli esodati. Non si ferma ovviamente qui l'elenco delle necessità, quelle che al governo che verrà dovremo proporre: dal come si ripara ai guasti dei tanti tagli e delle tante iniquità, alle leggi da correggere che dovranno accompagnare quella riorganizzazione del Paese che abbiamo tracciato. Il Piano del Lavoro nel 1949/50 indicava le scelte del Paese, indicava che cosa CGIL, lavoratori e lavoratrici, pensionati avrebbero messo al servizio del Paese. È stato nel tempo tradotto negli “scioperi alla rovescia”, definizione in realtà sbagliata.

Il Piano del Lavoro fu sorretto da tante lotte e mobilitazioni, ma certo allora si mise a disposizione lavoro per ricostruire infrastrutture e per progettare consumi per un mondo del lavoro che ben pochi consumi poteva permettersi. Abbiamo riflettuto su quell'esperienza. Nel vedere la somiglianza e le differenze abbiamo colto il chiamare alla mobilitazione di tutti per indicare degli obiettivi e per porre degli interrogativi, perché non è solo proporre, è anche come si contribuisce oltre il quotidiano e strategico fare. Abbiamo riflettuto sull'imperativo categorico del creare lavoro, definendolo come buon lavoro qualificato.

Abbiamo riflettuto sull'esperienza del Paese, sugli effetti dell'innalzamento dell'obbligo scolastico e, pochi anni dopo, sui processi di ri-alfabetizzazione, sull'accesso all'istruzione anche per chi ne era stato escluso. Per usare la formula di allora, pensiamo che dobbiamo accompagnare il Piano con le 150 ore "alla rovescia". Il lavoro, diciamo sempre, ha grandi saperi. Li ha sul lavoro stesso, sui prodotti, sulla contrattazione, sulla sicurezza e salute, sulla tutela individuale e collettiva, e tanti altri saperi e conoscenze.

Le nostre Camere del Lavoro sono state da sempre anche luogo di istruzione. Abbiamo insegnato la lingua italiana agli stranieri, abbiamo voluto la traduzione delle segnalazioni di sicurezza nei cantieri. Il nostro mondo, dai pensionati ai lavoratori, è una miniera di esperienza, conoscenza, saperi e di desiderio di apprendimento. Allora questa sarà la nostra sfida nella sfida, essere “maestri”, trasmettitori di conoscenza, interlocutori e progettisti dei programmi operativi del nostro Piano, propagatori di una cultura positiva del lavoro. Non sostituti delle funzioni istituzionali, ma promotori, come nelle 150 ore, dell’istruzione come diritto collettivo e permanente, oltre i cicli scolastici e l'età, anche come risposta ai desideri.

In quest'epoca schiacciata sul presente, condizionata da un contingente che cancella valori, abbiamo voluto alzare lo sguardo, tradurre quel “noi non ci rassegniamo” e “cambiare si può” con cui abbiamo colorato le tante piazze della nostra lunga mobilitazione di questi anni. Sappiamo di avere la responsabilità verso quei tanti che hanno guardato e guardano a noi per mantenere fiducia nel futuro; abbiamo l'orgoglio di avere tenuto aperta la prospettiva quando troppi abbassavano le bandiere; abbiamo l'idea che il lavoro sia l'unico vero soggetto di trasformazione positiva.

Abbiamo tradotto tutto questo nel Piano del Lavoro, una proposta che è aperta al contributo e al confronto, tracciata nella linea fondamentale, ma che ancora può e deve crescere. Una proposta che, lo ribadiamo ancora una volta, non è il libro dei sogni, non dà i numeri, ma costruita per progetti, dà concretezza ed immediatezza, celerità di risposta alla disoccupazione dei giovani e delle giovani. Un Piano per prendersi cura del lavoro e del Paese. Prendere in carico e curare sono parole inusuali nel lessico politico, emergono solo quando si parla degli affetti e dei compiti delle donne, a proposito di modernità e cambiamento. Le donne non solo curano, ma cambiano il lavoro, il mondo, il benessere di tutti, per questo prendersi cura parla a tutti ed è responsabilità di tutti. Il Piano del Lavoro lo porteremo nelle assemblee, nelle nostre rivendicazioni, nel nostro agire quotidiano.

Italia fondata sul lavoro
"Fondata sul lavoro è la nostra Repubblica, Fondata sul lavoro è la nostra idea di società. Fondata sul lavoro è la Tessera del 2013. Fondata sul lavoro: perché senza lavoro non c'è futuro, perché senza lavoro vince la paura e l'insicurezza, perché senza lavoro vince la disperazione sociale. Fondata sul lavoro perché curiamo il nostro Paese, sappiamo che ha risorse straordinarie, perché per curare il Paese bisogna aver cura del lavoro e così avremo cura dei cittadini". Così conclude Camusso.