Camusso: il nostro Piano per l'Italia
Obiettivo piena e buona occupazione
Il lavoro è stato per noi e deve restare l’ingresso nella vita adulta,
nella vita autonoma, nel piacere del realizzare i propri progetti e i
propri sogni. Per questo il lavoro non può essere povero, figlio del
massimo ribasso, incerto. Non può essere precario. Il lavoro è
condizione concreta di orario, professionalità, salario, è diritti e
doveri. È dignità. Il lavoro non può essere nero, sommerso,
schiavizzato, mercificato. Il lavoro è sapere e conoscenza, qualità e
investimento. Per questo la precarietà va combattuta, in quanto nega
saperi, certezze, valore. Il lavoro può essere anche la frustrazione, la
preoccupazione e l’angoscia di perderlo; la rabbia di non trovarlo. Può
trasformarsi da libertà a prigionia se invece del collocamento si
incontra un caporale.
Come diciamo da tempo, la crisi italiana è parte
di quella mondiale, è declino -come denunciamo dal 2004-, per alcuni
aspetti è già deindustrializzazione, degrado dell’etica pubblica e della
legalità, riduzione del pubblico, welfare negato. Dobbiamo essere
netti: non si esce dalla crisi italiana se non c’è un governo che sappia
e voglia scegliere, che sappia proporre una via di uscita dalla crisi.
Senza Europa non c’è neanche l’Italia
Senza Europa non c’è neanche
l’Italia. Anche qui, non serve rimpiangere il tempo che fu. I costi
sociali ed economici del ritirarsi dall’Eurozona sarebbero drammatici
per il nostro Paese; il costo politico della fine dell’unità europea
sarebbe tragico e nemico della pace per il nostro continente e per il
mondo. Indubbiamente, però, stare in mezzo al guado, come è oggi
l’Europa è altrettanto negativo. Favorisce instabilità e recessione, è
foriero di crisi continua.
Bisogna rilanciare con forza l’idea degli Stati Uniti d’Europa. Per
questa via costruire un nuovo equilibrio che preveda anche la cessione
di poteri nazionali, scelta profondamente differente dall’attuale, che
sembra più un commissariamento attuato attraverso politiche monetarie.
Per
questo bisogna creare le condizioni perché l’Europa decida sugli
Eurobond, strada necessaria per lo sviluppo.
In più, o meglio a premessa, formuliamo una proposta che troverete
allegata in dettaglio al Piano del Lavoro. Si tratta della
mutualizzazione del 20% del debito di ogni Stato e quindi di tutti i
paesi dell’Eurozona. Strada che permetterebbe di abbattere
significativamente i vincoli sul debito, di superare la ristrettezza
della politica sul debito e di liberare risorse per lo sviluppo.
Prima necessità, equità fiscale
La prima grande necessità si chiama equità fiscale, una seria
progressività della tassazione e una tassa sulle grandi ricchezze, sui
patrimoni e sulle rendite finanziarie mobiliari e immobiliari. Non mi
soffermerò a lungo sull’evasione fiscale ma certo è una delle strade di
finanziamento, soprattutto di sostegno nel tempo dei singoli progetti
operativi che compongono il Piano.
In questo campo si sta affermando una rinnovata etica, che si è cercato
di travolgere anche con minacce ed attentati ai lavoratori di Equitalia e
delle Agenzie delle Entrate. Questo dà la misura di quale conflitto di
modernità - in questo caso la parola è corretta - determini una politica
vera di contrasto all’evasione fiscale. Una politica equa e basata
sulla certezza del diritto, che deve raccogliere sempre più consenso e
dotarsi di una strumentazione certa quale tracciabilità e moneta
elettronica, perché ciò che emerge non si risommerga l’anno successivo.
Vogliamo ragionare dei fondi della previdenza complementare, a partire
dai fondi contrattuali che, come si è visto in questi giorni, sono fonte
di sicurezza per tanti lavoratori associati. La previdenza
complementare è risparmio dei lavoratori, un risparmio ancor più
essenziale dati i repentini cambiamenti della previdenza pubblica che ne
diminuiscono il valore. Innanzitutto il risparmio dei lavoratori va
protetto, garantito. Tuttavia è un patrimonio che, invece di restare
nella gestione della sola finanza, può e deve essere impiegato per
politiche di rilancio del Paese. Emerge ogni tanto l’idea che il
risparmio dei fondi debba essere utilizzato più o meno direttamente
verso le imprese, per la loro capitalizzazione. Vogliamo essere netti,
non è questa la strada, primo perché il risparmio deve essere protetto e
garantito, secondo perché verrebbe meno il fine collettivo che sempre
guida le scelte di un sindacato. Utile, anzi necessario, è invece
indirizzarlo verso politiche industriali ed infrastrutturali determinate
da scelte pubbliche e condivise.
Noi non ci stanchiamo e non ci stancheremo di ripetere che questo
risparmio va garantito. Meccanismo possibile, anzi già attuato,
giustamente, per il risparmio postale. Non a caso Cassa Depositi e
Prestiti agisce sul risparmio postale, garantito dallo Stato.
Pensiamo che Cassa Depositi e Prestiti debba e
possa allargare le sue potenzialità e metterle al servizio di scelte di
politica industriale. Nel testo troverete un compiuto ragionamento
sulla sostenibilità finanziaria del Piano del Lavoro, con una
simulazione del CER che la calcola e la argomenta, ed essendo una
simulazione è costruita per ipotesi, come se il 2013 fosse già anno a
regime.
Il lavoro, come crearlo e come difenderlo
Ovvero una straordinaria versatilità e creatività del
lavoro, quella che determinò il boom economico e che è la risorsa del
made in Italy e poi il suo territorio, nel senso compiuto e non solo
geografico della parola.
Un territorio che troppo spesso ci appare come il mappamondo pieno di
cerotti di Mafalda, e abbiamo lo stesso sguardo sconsolato, il
sottotitolo dice “quanto spreco e quanta inutilità”. Il nostro
territorio è geograficamente ben collocato, denso di patrimonio
naturale, arte e cultura più di qualunque altro Paese del mondo. È la
nostra risorsa, la nostra materia prima. È fonte di economia e
ricchezza, visto che quelle che sono tradizionalmente intese come
materie prime non le abbiamo e sono sempre e comunque da importare. Se
vogliamo essere brutali, oggi questa nostra ricchezza è un costo ed un
bene pubblico in estinzione, o meglio in rapido consumo. Allora, la
priorità del nostro Piano del Lavoro, che coniuga emergenza e medio
periodo, è esattamente quella della messa in sicurezza del Paese e per
questa via progetta la creazione di lavoro per giovani donne e giovani
uomini.
Una messa in sicurezza non fatta di cerotti, ma di prevenzione e cura,
salute del Paese. Una cura che duri nel tempo, che si trasformi oltre
che in salute, in ricerca e innovazione dei processi, delle tecnologie,
dei materiali che si utilizzano, della sostenibilità. Territorio che si
collega a scelte di politica industriale, nuovamente sfruttando le
competenze ampie ed importanti del nostro Paese. L’Italia, tante volte
prima nel mondo, come produttrice di macchine utensili, può cimentarsi
in tecnologie dedicate alla salvaguardia del Paese. Penso al ciclo dei
rifiuti e al consolidamento del territorio. Per questo dicevamo non
cerotti ma un lavoro di cura, che accompagna ricerca, innovazione, nuove
tecnologie applicate e quindi lavoro qualificato. Territorio come
patrimonio artistico e culturale, che va reso fruibile, su cui
nuovamente investire, che sia luogo fertile per accogliere e produrre le
migliori tecnologie per la conservazione, come per tanto tempo è stato,
che sappia esportare conoscenza e metodi e non invece doverli
importare.
Come si vede, un Piano straordinario di occupazione qualificata, stabile
e corredata delle tutele e dei diritti universali, favorito anche da un
piano di incentivazione delle assunzioni. Un Piano straordinario che si
articola in bonifiche, manutenzione, valorizzazione, ricostruzione,
determinazione di un nuovo ciclo economico e sottrazione all’illegalità.
Un Paese riqualificato, che fa tornare il territorio fruibile, propone
anche l’occasione per ragionare di quella che dovrebbe essere la nuova
riforma agraria, ovvero la qualità dell’insediamento, i prodotti tipici,
l’accorciamento della filiera distributiva, il ciclo integrato con la
trasformazione, ma anche protezione, utilizzo ed abitabilità del
territorio oggi abbandonato, dell’insediamento boschivo.
Come vedrete non giochiamo con i numeri dei singoli progetti, non
abbiamo l’idea di vendere sogni. Vogliamo percorrere strade di
moltiplicazione di lavoro che rappresentino una concreta prospettiva.
Quando indichiamo la creazione di lavoro - attraverso il territorio da
mettere in sicurezza, il patrimonio artistico e culturale, i giovani da
assumere - abbiamo uno sguardo nazionale e una particolare attenzione al
Mezzogiorno del nostro Paese. Abbiamo sempre pensato che non vi è
prospettiva per l’Italia se non si riduce drasticamente il divario che
si è creato e sottolineiamo che nel Mezzogiorno la disoccupazione delle
donne è oltre l’allarme sociale.
Guardiamo con attenzione al Mezzogiorno perché la nostra proposta ed il
suo metodo di attuazione può e deve correggere le logiche sbagliate
dell’utilizzo dei fondi europei, altra importante risorsa per alimentare
il Piano del Lavoro. Teniamo a sottolineare che tutti i nostri progetti
operativi mirano a produrre ulteriori accorciamenti delle distanze,
convinti come siamo che politiche eguali in contesti diseguali generino
maggiori diseguaglianze. Ed altrettanto convinti che l'Italia può uscire
dalla crisi se è tutta insieme. A pezzi si aggrava la crisi. Al Piano
straordinario per i giovani si affiancano i progetti di “sistema Italia”
e le proposte di riforma a nostro avviso necessarie. Non elencherò
tutti i singoli progetti che trovate nel Piano sui quali vi saranno
ulteriori approfondimenti e confronti.
Istruzione, P.a. e legalità, le riforme necessarie
La prima straordinaria riforma di cui ha bisogno il nostro Paese è
quella dell'istruzione. In questi anni abbiamo avuto tagli e i risultati
sono dinnanzi a tutti: aumento della dispersione scolastica, riduzione
delle iscrizioni all'università, cervelli in fuga, blocco della mobilità
sociale, regressione culturale sulla scuola dell'infanzia. Fino a
generare in tanti giovani l'idea che studiare è inutile, lasciando che
entrino così in un circuito di marginalità. Un vero record nel secolo
della conoscenza. Sviluppo della scuola dell'infanzia, obbligo a 18 anni
e diritto allo studio sono l'asse portante di una riforma che ha per
fondamento l'istruzione come risorsa collettiva e dei singoli e
l'educazione permanente come necessità individuale e sociale.
Il welfare è parte integrante delle proposte del Piano del Lavoro,
perché welfare è motore di sviluppo, perché è cittadinanza, perché
riduce diseguaglianza, contrasta la marginalità perché affronta il
cambiamento demografico, permettendo ad ognuno di esserci fronteggiando
solitudini ed isolamenti. Il welfare in questi anni è stato solo
tagliato, non riformato. Nella logica dei tagli e della riduzione del
perimetro pubblico, quella che ha determinato una regressione della
Pubblica Amministrazione, della sua qualità ed efficienza. Nell'adagio
ripetuto e sbagliato dell'eccesso di spesa pubblica, non si è mai detto
che si spende molto, ma si spende poco per il lavoro e per le politiche
sociali dei servizi. Meno che negli altri paesi Europei. Noi rivendichiamo con
orgoglio che nostra è stata l’idea della privatizzazione del rapporto
di lavoro pubblico.
Oggi rivendichiamo la scelta di voler avviare una nuova riforma della
Pubblica Amministrazione, la cui premessa è il completamento della
contrattualizzazione del rapporto di lavoro: dalla certezza della
responsabilità dei dirigenti alla necessità di confronto e definizione
dell’organizzazione del lavoro. Una riforma che abbia a cuore il
rapporto con i cittadini, che non possono e non devono vivere il
rapporto con la Pubblica Amministrazione come fosse un labirinto ad
ostacoli. Potremmo dire che i servizi pubblici hanno bisogno di coccole:
coccole come cura del e nel servizio pubblico, accoglienza come
attenzione agli addetti e agli utenti che insieme possono determinare
una migliore qualità delle prestazioni. Questo si può fare non
segmentando in contratti diversi prestazioni uguali, non
corporativizzando per professioni, ma considerando il concerto di
professionalità che costituiscono un servizio, decentralizzando e
considerando il territorio il luogo dove i cittadini incontrano le
Pubbliche Amministrazioni, quindi dove accorpare e mettere in rete i
servizi.
Puntare su politica industriale, ricerca e innovazione
Provo a tracciare le indicazioni fondamentali: la politica industriale e
la programmazione; dalla ricerca pubblica da sostenere seriamente,
all'incentivazione di quella privata; le nuove tecnologie e
l'innovazione; il risparmio e le reti. Consideriamo l’industria pubblica
come motore e catalizzatore di altri investimenti, non un bene in saldo
al miglior offerente. Si possono fare tanti esempi, anche per dare
senso alle scelte di investimento. Mi limiterò ad alcuni: come
immaginare un serio investimento se non si agisce sulle reti e
sull'innovazione dei materiali dell'edilizia?
Come affrontare le infrastrutture di mobilità se non ci si pone il tema
di un sistema pubblico di trasporto integrato, dal livello locale a
quello nazionale, e se non si è produttori di mezzi di trasporto
collettivi, dai treni agli autobus? Ed ancora, come si può immaginare
investimenti e infrastrutture rispettose del consumo di territorio ed
ambiente se non viene definita una politica, le priorità e se non si
sottraggono al patto di stabilità interna i quattrini per gli
investimenti che le amministrazioni locali oggi conservano a futura
memoria? Se nulla sarà più come prima, questo vale innanzitutto per la
produzione industriale dei servizi. Non è solo attenzione ai cicli
produttivi, tema fondamentale per ricostruire un governo della
prestazione lavorativa.
È soprattutto un’idea di trasformazione verso un’industria migliore per
produzione e prodotti sostenibili. Vi è nel nostro Paese un vento
pericoloso; quello che fa coincidere produzione industriale, soprattutto
quella pesante, con veleno. Una simile equazione porta inevitabilmente a
cancellare e chiudere. Come se il nostro Paese fosse sfiduciato,
incredulo della possibilità di produrre “pulito” e dall’efficacia della
trasformazione. Un dibattito spesso inquinato anche dalla scarsa
conoscenza della complessità del ciclo produttivo, dell’importanza dei
materiali. Un salto rapido di qualità va fatto nella determinazione
delle migliori tecnologie antinquinamento, come indica la direttiva
europea e nella certezza delle regole.
Il nostro Paese da tanto tempo, negando il lavoro come produttore di
ricchezza, non si interroga più su come esso funziona, quali legami,
come opera; si sarebbe detto una volta, la catena del valore. Come non
conosce il lavoro e non si interroga sulle sue trasformazioni. A questa
idea destrutturatrice dell’industria del nostro Paese, si somma
quell’altra filosofia, tante volte vista all’opera in questo periodo
che, quando sente l’espressione "crisi di un’azienda", di un gruppo, la
trasforma in “azienda decotta” e quindi da chiudere. Questo modo di
pensare, intanto, non fa i conti con la profonda crisi del sistema
produttivo e il rischio che scompaia un quarto del sistema. Quando
diciamo che insieme a cercare lavoro bisogna difenderlo, pensiamo
esattamente a questo. Vogliamo conservare tutto così com’è? No, o
meglio, non è tutto uguale e non per tutto vale solo la difesa.
Ma soprattutto, una politica industriale deve guidare nella
trasformazione alla produzione verde, a nuovi prodotti che guardino alla
sostenibilità oggi e domani. Esperienze ci sono: pensiamo alla chimica
verde, a materiali che non diventano rifiuti indistruttibili. Troppo
poco rispetto alla necessità. Eppure non c’è settore che non possa
proporsi questo traguardo. Dal packaging nell’industria alimentare, al
riciclo, ai nuovi materiali, c’è un campo infinito di materialità della
produzione e di prodotti che può essere innovato e rivoluzionato. Certo è
la responsabilità delle singole imprese, ma lo è anche del governo,
della scelta pubblica che deve indirizzare la domanda, scegliere,
commissariare, indicare vincoli e prescrizioni, ma soprattutto
alimentare la ricerca in quella direzione. Individuare priorità.
Anche in questo caso, come nelle crisi aziendali che non sono chiusure
da programmare, vi è da cambiare il modo in cui si calcolano i costi;
non solo quelli sociali, ma gli effetti di risparmio che un prodotto
sostenibile ha rispetto ad un altro, oltre ai risparmi che si
determinano con la riduzione delle politiche di risanamento. Così si
determina che non sono nuove risorse da investire, ma da un lato spesa,
dall’altro risparmio. Sull'inquinamento si sono trovate soluzioni di
tasse, in realtà multe da pagare. Una strada che se non si traduce in
incentivazione al cambiamento, quindi di nuovo spesa e risparmio, rinvia
il problema ed aggrava il consumo del pianeta, del territorio. Un’altra
ragione della necessità di un governo e di una visione compiuta del
Paese e delle politiche da realizzare.
Un’altra ragione contro i cerotti, per una politica che coniughi
emergenza e medio periodo. Questa idea si chiama, si è sempre chiamata,
programmazione e coinvolgimento di tutti i soggetti verso quel bene
collettivo che è il Paese. Non è dunque una bestemmia né un pericolo
sovversivo, è la scelta di ricondurre l'intervento pubblico alla sua
natura e, perché no, di riabilitare la parola stessa. Se si ha un'idea
positiva di futuro bisogna misurarsi con l'intervento pubblico in tutte
le sue caratteristiche, da datore di lavoro, in certi casi anche di
ultima istanza, a costruttore di domanda, a sostenitore di scelte, ad
effettivo conduttore delle imprese partecipate, a generatore e gestore
di servizi e quindi di welfare. Ma intervento pubblico è anche qualità
dello Stato e delle sue istituzioni, e quindi riforme. “Riforma” è
sempre più parola malata; lo abbiamo visto con quelle realizzate in
questi anni, che non hanno migliorato le condizioni di molti
determinando un compromesso più avanzato, ma hanno tagliato risorse,
condizioni e prerogative, in qualche caso alterando persino il patto di
cittadinanza. Allora vorremmo essere chiari, per noi la parola “riforma”
torna al senso originale, cambiare per ridurre diseguaglianze, per dare
risposte eque ed efficaci, per traguardare lo sviluppo, non per ridurre
lo spazio pubblico e di cittadinanza.
Il Piano del Lavoro per uscire dalla crisi
Il Piano del Lavoro è la nostra proposta per uscire dalla crisi, la
traccia con la quale indichiamo che Paese potremmo essere, l'idea di un
nuovo modello di sviluppo che generi benessere. Non nascondiamo che è
una proposta che si confronta con una composizione di parametri del PIL
ben più ricca e vasta. Un adagio di questi anni, dicevamo, è il welfare
come costo, è il welfare che non deve più essere lavorista, è il
cambiamento della popolazione, dai migranti all’allungamento
dell’aspettativa di vita, che lo rendono un costo insostenibile nel
tempo e così via. Una litania infinita. Abbiamo detto che rivendichiamo
la riforma della Pubblica Amministrazione, essenziale sia per il welfare
che per la programmazione.
La composizione della popolazione muta, si allunga la vita, ci sono
esigenze che slittano nel tempo, c’è un grande tema di invecchiamento
attivo, che non può essere solo allungamento infinito degli anni di
lavoro, così come il ponte generazionale abbiamo capito essere tutto
nuovamente a carico delle parti. Ma se è così, questo welfare non
funziona con la nuova legge delle pensioni e il metodo contributivo ad
attuali coefficienti. Ma la popolazione muta nelle solitudini, nei
bisogni che si vedono e che vanno rilevati. Ci vogliono politiche di
domiciliarità per la non autosufficienza, favorendo l’autonomia ma non
trasformandola in solitudine. Serve un’idea vera di politiche attive di
sostegno al reddito, formazione, diritto allo studio dalla primissima
infanzia. Ovvero nuovo welfare non è un esercizio teorico, è misurarsi
con le persone, in un grande rispetto delle loro scelte nell’attenzione
alla coesione sociale, come abbiamo detto parlando di contrattazione
sociale.
Nel Piano del Lavoro di cui siamo soggetto promotore e attore non
solitario, abbiamo detto che nessuno è autosufficiente e che non ci
vogliamo sostituire ad alcuno. Riteniamo che tra le pagine da voltare,
nel “nulla sarà come prima”, c'è anche quella compiuta con la
svalorizzazione della rappresentanza sociale, e di quella del lavoro in
primis. Poniamo esplicitamente il problema del riconoscimento e del
rispetto. Non è riconoscimento e rispetto quel tramestio che
caratterizza la campagna elettorale in corso, che non distingue i ruoli,
che confonde responsabilità, che cerca nemici per non provare a
misurarsi sui contenuti, che scarica responsabilità per non ammettere
che ha trascurato il Paese. Abbiamo delineato la priorità, il lavoro,
una proposta per l'emergenza, i giovani e la creazione di posti di
lavoro, la riorganizzazione del Paese con i progetti operativi. Abbiamo
cioè indicato la necessità di un nuovo compromesso sociale. Lo abbiamo
qualificato non guardando a come eravamo, ma come scelta per determinare
la qualità di quel “nulla sarà più come prima”.
Governare quel cambiamento è progettare il futuro che dobbiamo
cominciare a costruire nel presente. Una nuova stagione di
partecipazione, di condivisione, di conflitto positivo, non preventivo e
non fine a se stesso. Per questo, lo diciamo ai nostri ospiti, vedremmo
con orrore un'interlocuzione tipo “il vostro programma è il nostro”.
L'esperienza ci dice che è strada sbagliata e scivolosa. Sbagliata
perché quando diciamo “ci vuole un nuovo compromesso sociale” non
pensiamo ad un patto generale, magari di legislatura. Il Piano del
Lavoro è una proposta compiuta che mettiamo a disposizione del Paese,
intorno alla quale crediamo possa crescere un dibattito e una
mobilitazione collettiva, che dovrà e potrà vedere accordi generali o
più specifici, tra parti e non tra partner. Il fine, cioè, è il merito
delle cose che si faranno, non il metodo.
Il Piano del Lavoro è l'oggi e i prossimi anni. Sarà per noi la misura
del cambiamento e dell'idea di sviluppo del Paese. Non ci distrarrà
dall'idea che priorità nel Piano del Lavoro è creare lavoro per i
giovani, ma serve subito, lo dico nuovamente ai nostri ospiti, dare un
segno della qualità politica di una nuova stagione affrontando alcune
scelte che tra l'altro non costano. La prima è senz’altro la
cancellazione dell'articolo 8 e dell’articolo 9: se l’articolo 8 è quel
passo indietro che la legislazione deve fare perché la contrattazione
sia libero esercizio delle parti, non costruzione derogatoria e
cancellazione delle certezze contrattuali, l’articolo 9 è un problema di
civiltà, di necessità di inclusione dei diversamente abili, di dignità e
rispetto, che mai troverà risposta nella costruzione di ghetti.
La seconda è la legge sulla democrazia e rappresentanza a cui proviamo a
contribuire lavorando per l'accordo tra le parti. Mentre temiamo che
urgenza ed emergenza restino gli ammortizzatori in deroga e la soluzione
per gli esodati. Non si ferma ovviamente qui l'elenco delle necessità,
quelle che al governo che verrà dovremo proporre: dal come si ripara ai
guasti dei tanti tagli e delle tante iniquità, alle leggi da correggere
che dovranno accompagnare quella riorganizzazione del Paese che abbiamo
tracciato. Il Piano del Lavoro nel 1949/50 indicava le scelte del Paese,
indicava che cosa CGIL, lavoratori e lavoratrici, pensionati avrebbero
messo al servizio del Paese. È stato nel tempo tradotto negli “scioperi
alla rovescia”, definizione in realtà sbagliata.
Il Piano del Lavoro fu sorretto da tante lotte e mobilitazioni, ma certo
allora si mise a disposizione lavoro per ricostruire infrastrutture e
per progettare consumi per un mondo del lavoro che ben pochi consumi
poteva permettersi. Abbiamo riflettuto su quell'esperienza. Nel vedere
la somiglianza e le differenze abbiamo colto il chiamare alla
mobilitazione di tutti per indicare degli obiettivi e per porre degli
interrogativi, perché non è solo proporre, è anche come si contribuisce
oltre il quotidiano e strategico fare. Abbiamo riflettuto
sull'imperativo categorico del creare lavoro, definendolo come buon
lavoro qualificato.
Abbiamo riflettuto sull'esperienza del Paese, sugli effetti
dell'innalzamento dell'obbligo scolastico e, pochi anni dopo, sui
processi di ri-alfabetizzazione, sull'accesso all'istruzione anche per
chi ne era stato escluso. Per usare la formula di allora, pensiamo che
dobbiamo accompagnare il Piano con le 150 ore "alla rovescia". Il
lavoro, diciamo sempre, ha grandi saperi. Li ha sul lavoro stesso, sui
prodotti, sulla contrattazione, sulla sicurezza e salute, sulla tutela
individuale e collettiva, e tanti altri saperi e conoscenze.
Le nostre Camere del Lavoro sono state da sempre anche luogo di
istruzione. Abbiamo insegnato la lingua italiana agli stranieri, abbiamo
voluto la traduzione delle segnalazioni di sicurezza nei cantieri. Il
nostro mondo, dai pensionati ai lavoratori, è una miniera di esperienza,
conoscenza, saperi e di desiderio di apprendimento. Allora questa sarà
la nostra sfida nella sfida, essere “maestri”, trasmettitori di
conoscenza, interlocutori e progettisti dei programmi operativi del
nostro Piano, propagatori di una cultura positiva del lavoro. Non
sostituti delle funzioni istituzionali, ma promotori, come nelle 150
ore, dell’istruzione come diritto collettivo e permanente, oltre i cicli
scolastici e l'età, anche come risposta ai desideri.
In quest'epoca schiacciata sul presente, condizionata da un contingente
che cancella valori, abbiamo voluto alzare lo sguardo, tradurre quel
“noi non ci rassegniamo” e “cambiare si può” con cui abbiamo colorato le
tante piazze della nostra lunga mobilitazione di questi anni. Sappiamo
di avere la responsabilità verso quei tanti che hanno guardato e
guardano a noi per mantenere fiducia nel futuro; abbiamo l'orgoglio di
avere tenuto aperta la prospettiva quando troppi abbassavano le
bandiere; abbiamo l'idea che il lavoro sia l'unico vero soggetto di
trasformazione positiva.
Abbiamo tradotto tutto questo nel Piano del Lavoro, una proposta che è
aperta al contributo e al confronto, tracciata nella linea fondamentale,
ma che ancora può e deve crescere. Una proposta che, lo ribadiamo
ancora una volta, non è il libro dei sogni, non dà i numeri, ma
costruita per progetti, dà concretezza ed immediatezza, celerità di
risposta alla disoccupazione dei giovani e delle giovani. Un Piano per
prendersi cura del lavoro e del Paese. Prendere in carico e curare sono
parole inusuali nel lessico politico, emergono solo quando si parla
degli affetti e dei compiti delle donne, a proposito di modernità e
cambiamento. Le donne non solo curano, ma cambiano il lavoro, il mondo,
il benessere di tutti, per questo prendersi cura parla a tutti ed è
responsabilità di tutti. Il Piano del Lavoro lo porteremo nelle
assemblee, nelle nostre rivendicazioni, nel nostro agire quotidiano.
Italia fondata sul lavoro
"Fondata sul lavoro è la nostra Repubblica, Fondata sul lavoro è la
nostra idea di società. Fondata sul lavoro è la Tessera del 2013.
Fondata sul lavoro: perché senza lavoro non c'è futuro, perché senza
lavoro vince la paura e l'insicurezza, perché senza lavoro vince la
disperazione sociale. Fondata sul lavoro perché curiamo il nostro Paese,
sappiamo che ha risorse straordinarie, perché per curare il Paese
bisogna aver cura del lavoro e così avremo cura dei cittadini". Così
conclude Camusso.