domenica 9 giugno 2013

COME RIDARE UN FUTURO AI NOSTRI FIGLI?

COME RIDARE UN FUTURO AI NOSTRI FIGLI?
Sotto vi sono circa 30 articoli di Proposte Operative di dettaglio e di Analisi, che costituiscono un grosso lavoro di base.
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Parte 1 – Riduzione Massiva della Spesa Pubblica e della Tassazione
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Proposte Operative per ridurre la Spesa Pubblica (cliccate sulla voce per  vederli)
Proponiamo una riduzione della Spesa Pubblica per 150-200 miliardi (PUBBLICATA SU RISCHIO CALCOLATO). Il criterio di fondo non e’ il taglio dei servizi, ma quello degli sprechi e delle inefficenze. Abbiamo analizzato l’intero bilancio delle Amministrazioni pubbliche, e ne risulta, facendo confronti regionali, che in ogni settore si annidano forti sprechi. Adottando il criterio dell’imitare il Migliore in ogni settore di spesa (il territorio che da’ migliori servizi e spende meno) ne risulta che l’Italia potrebbe risparmiare circa 100 miliardi, avendo migliori servizi. L’altra meta’ della riduzione e’ rivolta a Spese che l’Italia non puo’ permettersi e che vanno razionalizzate. Le proposte hanno un’arco temporale di attuazione di 5-7 anni. Le Spese che non sarebbero soggette a riduzione, ma anzi verrebbero aumentate, sono quelle per Investimenti e per Protezione dalla Disoccupazione.
Le Pensioni
Etf Italia (Abbattere i Costi del Debito Pubblico)
- La Difesa e le Forze Armate
La Sanità
- Contributi alla produzione ed agli investimenti, Prestazioni sociali extra previdenziali, Aiuti e trasferimenti, investimenti
- Privatizzazione RAI
- Acquisti di beni e servizi, consumi intermedi
Dismissioni e valorizzazione del Patrimonio Pubblico
  
Riduzione e Semplificazione Fiscale (cliccate sulla voce per vederli)
- La Rivoluzione Fiscale


Parte 2 – Riduzione immediata del Debito Pubblico
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 In questa sezione analizziamo delle Proposte Operative, tanto nell’immediato quanto nel tempo, per ridurre il Debito Pubblico (PUBBLICATA SU RISCHIO CALCOLATO).  Focus particolare nella valorizzazione e dismissione dei patrimoni pubblici. Il tutto va letto con l’obbligo di pareggio di Bilancio.
- Riduzione immediata Debito Pubblico
- Dismissioni e valorizzazione del Patrimonio Pubblico

Parte 3 – Le Riforme (cliccate sulla voce per vederli)
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Proponiamo alcune riforme in questa sezione (PUBBLICATA SU RISCHIO CALCOLATO). Oltre a quelle che vedete, in alcuni post trovate altre riforme, come quella dello Stato e delle Amministrazioni Pubbliche (nella Parte 1 nel Post della Casta). Ovviamente vi sono altre riforme non citate che sarebbero necessarie: Giustizia, Burocrazia, etc

- Istruzione
- Mercato del Lavoro
- Liberalizzazioni

Approfondimenti e Proposte tematiche (cliccate sulla voce per vederli)
 In questa sezione, analizziamo una serie di tematiche (il Sud, il problema della Crescita Economica, L’Euro, etc) e facciamo proposte specifiche (PUBBLICATA SU RISCHIO CALCOLATO e SCENARIECONOMICI.IT).
- Questione Meridionale: Analisi e Proposte operative
- Crescita Economica: Analisi e Proposte per far Ripartire il PIL
- Riduzione della Spesa Pubblica da 200 miliardi per Dummies
- Le misure da adottare nei primi 365 giorni
- RIPRISTINARE la SEPARAZIONE tra banche SPECULATIVE e banche TRADIZIONALI

Parte 4 – Uscire dall’euro e tornare alla Sovranita’ Monetaria (cliccate sulla voce per vederli)
E’ essenziale uscire dall’euro (PUBBLICATA SU RISCHIO CALCOLATO e SCENARIECONOMICI.IT)
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 A T T E N D O    R E A Z I O N I    E   S U G G E R I M E N T I

By GPG Imperatrice
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PIANO STRATEGICO OPERATIVO PER FAR RINASCERE L’ITALIA

PIANO STRATEGICO OPERATIVO PER FAR RINASCERE L’ITALIA

da scenarieconomici.it

PREMESSA
Guardando la situazione Italiana ho spesso il mal di testa. Il paese e’ sostanzialmente allo sbando e manca tanto una classe dirigente seria con un briciolo di spirito di servizio, tanto una visione strategica capace di dare un futuro a tutti noi.
E’ ben chiaro che “manca il manico” di una classe dirigente mediocre, non limitata a quella politica, ma che governa anche l’economia, le parti sociali ed il mondo dell’informazione, incapace di dare una strategia operative alla nazione, e di essere d’esempio ai cittadini nel comportamento quodidiano. La soluzione e’ trovare una nuova classe politica, anche se onestamente non vedo nulla neanche all’orizzonte, menche nelle nuove ed emergenti formazioni.

PIANO STRATEGICO OPERATIVO PER L’ITALIA
 A mio avviso, dal punto di vista strategico, il rilancio della nazione passa attraverso le seguenti 4 azioni
1)      UNA RIDUZIONE DRASTICA DEGLI SPRECHI E DEI LUSSI DELLO STATO, LIBERANDO RISORSE PER INVESTIMENTI E PER UNA MASSIVA RIDUZIONE DELLE TASSE SUI PRODUTTORI
 Anche di questo punto ho ampiamente scritto che proposte di dettaglio. In sintesi l’idea e’ ridurre la Spesa Pubblica di circa 200 miliardi senza sostanzialmente compromettere l’efficienza dello stato. Circa 12 miliardi verrebbero dalla riduzione drastico del peso politico a tutti I livelli, altri 90 verrebbero utilizzando il “Criterio dei migliori” (in sintesi da interventi sul Personale della PA, pensioni di invalidita’, spese sanitarie ed amministrative volti a portare tanto il livello di Spesa quanto quello di efficienza al livello della Regione di riferimento, quella che fa meglio), il resto da interventi di vario tipo, quali la sostituzione degli aiuti alle imprese in crediti d’imposta, interventi sugli acquisti della PA, sulle pensioni d’oro e su alcune disfunzioni rimaste nel sistema pensionistico, etc.
Questa massa di denaro deve essere immessa nel sistema tramite maggiori investimenti e spese per creare un sistema di tutele che oggi e’ fortemente iniquo, ma soprattutto per ridurre drasticamente il livello di tassazione su Imprese, Lavoratori e  Famiglie (eliminazione IRAP, eliminazione IMU sulla prima casa, riduzione accise e semplificazione balzelli, riduzione della tassazione diretta su lavoratori e famiglie).

2)      UNA PATRIMONIALE SULLO STATO, PER RIDURRE IL DEBITO PUBBLICO
 Anche su questo tema ho ampiamente scritto. L’Idea e’ fare una serie di misure straordinarie per mette a dieta lo stato, dismettendo tutto cio’ che non e’ essenziale, quali una serie di aziende, di immobili, etc, e cartolarizzando I crediti inesigibili. La dimensione della manovra e’ tra I 200 ed I 400 miliardi. Le risorse andranno al pagamento dei crediti della PA ed ovviamente alla riduzione del Debito Pubblico.

3)      USCITA DALL’EURO, RIPRISTINO DELLA SOVRANITA’ MONETARIA
 Ne ho scritto in tanti articoli numerici, di analisi degli indicatori economici degli ultimo 20 anni. Il ritorno ad una valuta nazionale non solo e’ un vantaggio dal punto di vista economico, ma ci consente sostanzialmente di tornare “a badare a noi stessi ed alla conseguente responsabilita’”. Al tempo stesso ci permette di uscire da una costruzione che governa l’Euro, che sostanzialmente fa l’interesse di altre nazioni (Germania, Francia), non ha alcun fondamento democratico, ha politiche fortemente antiliberali e sostanzialmente suicide. Il ritorno ad una valuta nazionale, altro non e’ che il ritorno alla Normalita’, che e’ una valuta nazionale che rispecchia nel suo valore il peso reale dell’Italia, ed di una Banca Centrale che fa politiche nell’interesse nazionale, uscendo da un esperimento, l’Euro,  che sostanzialmente e’ un esperimento fallito tanto dal punto di vista economico e perfino dal fondamento della stabilita’ (di fatto ci sta regolando un’instabilita’ ed una recessione permamente).

4)      RIFORME – EPOCALE PASSAGGIO DAL”COMPLESSO” AL “SEMPLICE”
 E’ evidente che se l’Italia non si da’ una regolata rendendo I servizi fondamentali piu’ semplici ed immediate, perde un opportunita’ enorme. E’ ovvio che bisognera’ fare RIFORME importanti su Mercato del Lavoro, Sistema Fiscale e Tributario, Burocrazia, Giustizia che abbiano questa stella polare, col preciso scopo di consentire di rendere piu’ agevole lavorare, investire e soprattutto vivere in questo paese. Nel passato ho fotto alcune proposte su alcuni di questi temi.

CONCLUSIONI
Questi 4 punti sono a mio vedere la chiave per rilanciare il paese. Purtroppo, oltre ad avere la chiave strategica ed operativa, dovremmo avere le PERSONE in grado di attuarla o perlomeno provarci. Ed e’ questo, esattamente questo il problema fondamentale. L’attuale classe dirigente Italiana (sia quella politica, ma anche quella buracratica-parassitaria, e quella che gestisce le leve economiche, l’informazione e le corporazioni) andrebbe semplicemente rasa al suolo. Il punto e’ che I potenziali candidati a subentrare nelle leve del potere, appaiono a mio avviso assai poco convincenti. Lo stesso 5 stelle ha un programma che se applicato porterebbe la spesa pubblica nell Iperspazio (Reddito cittadinanza, IMU, No tagli in vari settori, Pensione a 60 anni a fronte di tagli che porterebbero ben poche risorse). Dal mondo delle Imprese o della Finanza, I Monti ed I Montezemolo appaiono “pillole” perfino peggiori del male da curare. L’astro Giannino e’ morto nella culla. Renzi, chissa’? Restiamo in attesa di qualcuno con la testa sulle spalle.

PS: consentitemi un articolo qualitativo e non di analisi grafica e numerica ogni tanto.

By GPG Imperatrice

Piano Italia - CGIL

Camusso: il nostro Piano per l'Italia


Obiettivo piena e buona occupazione
 Il lavoro è stato per noi e deve restare l’ingresso nella vita adulta, nella vita autonoma, nel piacere del realizzare i propri progetti e i propri sogni. Per questo il lavoro non può essere povero, figlio del massimo ribasso, incerto. Non può essere precario. Il lavoro è condizione concreta di orario, professionalità, salario, è diritti e doveri. È dignità. Il lavoro non può essere nero, sommerso, schiavizzato, mercificato. Il lavoro è sapere e conoscenza, qualità e investimento. Per questo la precarietà va combattuta, in quanto nega saperi, certezze, valore. Il lavoro può essere anche la frustrazione, la preoccupazione e l’angoscia di perderlo; la rabbia di non trovarlo. Può trasformarsi da libertà a prigionia se invece del collocamento si incontra un caporale.
  Come diciamo da tempo, la crisi italiana è parte di quella mondiale, è declino -come denunciamo dal 2004-, per alcuni aspetti è già deindustrializzazione, degrado dell’etica pubblica e della legalità, riduzione del pubblico, welfare negato. Dobbiamo essere netti: non si esce dalla crisi italiana se non c’è un governo che sappia e voglia scegliere, che sappia proporre una via di uscita dalla crisi. 
 
Senza Europa non c’è neanche l’Italia
 Senza Europa non c’è neanche l’Italia. Anche qui, non serve rimpiangere il tempo che fu. I costi sociali ed economici del ritirarsi dall’Eurozona sarebbero drammatici per il nostro Paese; il costo politico della fine dell’unità europea sarebbe tragico e nemico della pace per il nostro continente e per il mondo. Indubbiamente, però, stare in mezzo al guado, come è oggi l’Europa è altrettanto negativo. Favorisce instabilità e recessione, è foriero di crisi continua.

Bisogna rilanciare con forza l’idea degli Stati Uniti d’Europa. Per questa via costruire un nuovo equilibrio che preveda anche la cessione di poteri nazionali, scelta profondamente differente dall’attuale, che sembra più un commissariamento attuato attraverso politiche monetarie.
Per questo bisogna creare le condizioni perché l’Europa decida sugli Eurobond, strada necessaria per lo sviluppo.

In più, o meglio a premessa, formuliamo una proposta che troverete allegata in dettaglio al Piano del Lavoro. Si tratta della mutualizzazione del 20% del debito di ogni Stato e quindi di tutti i paesi dell’Eurozona. Strada che permetterebbe di abbattere significativamente i vincoli sul debito, di superare la ristrettezza della politica sul debito e di liberare risorse per lo sviluppo.



Prima necessità, equità fiscale
La prima grande necessità si chiama equità fiscale, una seria progressività della tassazione e una tassa sulle grandi ricchezze, sui patrimoni e sulle rendite finanziarie mobiliari e immobiliari. Non mi soffermerò a lungo sull’evasione fiscale ma certo è una delle strade di finanziamento, soprattutto di sostegno nel tempo dei singoli progetti operativi che compongono il Piano. 

In questo campo si sta affermando una rinnovata etica, che si è cercato di travolgere anche con minacce ed attentati ai lavoratori di Equitalia e delle Agenzie delle Entrate. Questo dà la misura di quale conflitto di modernità - in questo caso la parola è corretta - determini una politica vera di contrasto all’evasione fiscale. Una politica equa e basata sulla certezza del diritto, che deve raccogliere sempre più consenso e dotarsi di una strumentazione certa quale tracciabilità e moneta elettronica, perché ciò che emerge non si risommerga l’anno successivo. 

Vogliamo ragionare dei fondi della previdenza complementare, a partire dai fondi contrattuali che, come si è visto in questi giorni, sono fonte di sicurezza per tanti lavoratori associati. La previdenza complementare è risparmio dei lavoratori, un risparmio ancor più essenziale dati i repentini cambiamenti della previdenza pubblica che ne diminuiscono il valore. Innanzitutto il risparmio dei lavoratori va protetto, garantito. Tuttavia è un patrimonio che, invece di restare nella gestione della sola finanza, può e deve essere impiegato per politiche di rilancio del Paese. Emerge ogni tanto l’idea che il risparmio dei fondi debba essere utilizzato più o meno direttamente verso le imprese, per la loro capitalizzazione. Vogliamo essere netti, non è questa la strada, primo perché il risparmio deve essere protetto e garantito, secondo perché verrebbe meno il fine collettivo che sempre guida le scelte di un sindacato. Utile, anzi necessario, è invece indirizzarlo verso politiche industriali ed infrastrutturali determinate da scelte pubbliche e condivise.

 Noi non ci stanchiamo e non ci stancheremo di ripetere che questo risparmio va garantito. Meccanismo possibile, anzi già attuato, giustamente, per il risparmio postale. Non a caso Cassa Depositi e Prestiti agisce sul risparmio postale, garantito dallo Stato.

  Pensiamo che Cassa Depositi e Prestiti debba e possa allargare le sue potenzialità e metterle al servizio di scelte di politica industriale. Nel testo troverete un compiuto ragionamento sulla sostenibilità finanziaria del Piano del Lavoro, con una simulazione del CER che la calcola e la argomenta, ed essendo una simulazione è costruita per ipotesi, come se il 2013 fosse già anno a regime.

Il lavoro, come crearlo e come difenderlo


   Ovvero una straordinaria versatilità e creatività del lavoro, quella che determinò il boom economico e che è la risorsa del made in Italy e poi il suo territorio, nel senso compiuto e non solo geografico della parola.

Un territorio che troppo spesso ci appare come il mappamondo pieno di cerotti di Mafalda, e abbiamo lo stesso sguardo sconsolato, il sottotitolo dice “quanto spreco e quanta inutilità”. Il nostro territorio è geograficamente ben collocato, denso di patrimonio naturale, arte e cultura più di qualunque altro Paese del mondo. È la nostra risorsa, la nostra materia prima. È fonte di economia e ricchezza, visto che quelle che sono tradizionalmente intese come materie prime non le abbiamo e sono sempre e comunque da importare. Se vogliamo essere brutali, oggi questa nostra ricchezza è un costo ed un bene pubblico in estinzione, o meglio in rapido consumo. Allora, la priorità del nostro Piano del Lavoro, che coniuga emergenza e medio periodo, è esattamente quella della messa in sicurezza del Paese e per questa via progetta la creazione di lavoro per giovani donne e giovani uomini.

Una messa in sicurezza non fatta di cerotti, ma di prevenzione e cura, salute del Paese. Una cura che duri nel tempo, che si trasformi oltre che in salute, in ricerca e innovazione dei processi, delle tecnologie, dei materiali che si utilizzano, della sostenibilità. Territorio che si collega a scelte di politica industriale, nuovamente sfruttando le competenze ampie ed importanti del nostro Paese. L’Italia, tante volte prima nel mondo, come produttrice di macchine utensili, può cimentarsi in tecnologie dedicate alla salvaguardia del Paese. Penso al ciclo dei rifiuti e al consolidamento del territorio. Per questo dicevamo non cerotti ma un lavoro di cura, che accompagna ricerca, innovazione, nuove tecnologie applicate e quindi lavoro qualificato. Territorio come patrimonio artistico e culturale, che va reso fruibile, su cui nuovamente investire, che sia luogo fertile per accogliere e produrre le migliori tecnologie per la conservazione, come per tanto tempo è stato, che sappia esportare conoscenza e metodi e non invece doverli importare.

Come si vede, un Piano straordinario di occupazione qualificata, stabile e corredata delle tutele e dei diritti universali, favorito anche da un piano di incentivazione delle assunzioni. Un Piano straordinario che si articola in bonifiche, manutenzione, valorizzazione, ricostruzione, determinazione di un nuovo ciclo economico e sottrazione all’illegalità. Un Paese riqualificato, che fa tornare il territorio fruibile, propone anche l’occasione per ragionare di quella che dovrebbe essere la nuova riforma agraria, ovvero la qualità dell’insediamento, i prodotti tipici, l’accorciamento della filiera distributiva, il ciclo integrato con la trasformazione, ma anche protezione, utilizzo ed abitabilità del territorio oggi abbandonato, dell’insediamento boschivo.

Come vedrete non giochiamo con i numeri dei singoli progetti, non abbiamo l’idea di vendere sogni. Vogliamo percorrere strade di moltiplicazione di lavoro che rappresentino una concreta prospettiva. Quando indichiamo la creazione di lavoro - attraverso il territorio da mettere in sicurezza, il patrimonio artistico e culturale, i giovani da assumere - abbiamo uno sguardo nazionale e una particolare attenzione al Mezzogiorno del nostro Paese. Abbiamo sempre pensato che non vi è prospettiva per l’Italia se non si riduce drasticamente il divario che si è creato e sottolineiamo che nel Mezzogiorno la disoccupazione delle donne è oltre l’allarme sociale.

Guardiamo con attenzione al Mezzogiorno perché la nostra proposta ed il suo metodo di attuazione può e deve correggere le logiche sbagliate dell’utilizzo dei fondi europei, altra importante risorsa per alimentare il Piano del Lavoro. Teniamo a sottolineare che tutti i nostri progetti operativi mirano a produrre ulteriori accorciamenti delle distanze, convinti come siamo che politiche eguali in contesti diseguali generino maggiori diseguaglianze. Ed altrettanto convinti che l'Italia può uscire dalla crisi se è tutta insieme. A pezzi si aggrava la crisi. Al Piano straordinario per i giovani si affiancano i progetti di “sistema Italia” e le proposte di riforma a nostro avviso necessarie. Non elencherò tutti i singoli progetti che trovate nel Piano sui quali vi saranno ulteriori approfondimenti e confronti.

Istruzione, P.a. e legalità, le riforme necessarie
La prima straordinaria riforma di cui ha bisogno il nostro Paese è quella dell'istruzione. In questi anni abbiamo avuto tagli e i risultati sono dinnanzi a tutti: aumento della dispersione scolastica, riduzione delle iscrizioni all'università, cervelli in fuga, blocco della mobilità sociale, regressione culturale sulla scuola dell'infanzia. Fino a generare in tanti giovani l'idea che studiare è inutile, lasciando che entrino così in un circuito di marginalità. Un vero record nel secolo della conoscenza. Sviluppo della scuola dell'infanzia, obbligo a 18 anni e diritto allo studio sono l'asse portante di una riforma che ha per fondamento l'istruzione come risorsa collettiva e dei singoli e l'educazione permanente come necessità individuale e sociale.

Il welfare è parte integrante delle proposte del Piano del Lavoro, perché welfare è motore di sviluppo, perché è cittadinanza, perché riduce diseguaglianza, contrasta la marginalità perché affronta il cambiamento demografico, permettendo ad ognuno di esserci fronteggiando solitudini ed isolamenti. Il welfare in questi anni è stato solo tagliato, non riformato. Nella logica dei tagli e della riduzione del perimetro pubblico, quella che ha determinato una regressione della Pubblica Amministrazione, della sua qualità ed efficienza. Nell'adagio ripetuto e sbagliato dell'eccesso di spesa pubblica, non si è mai detto che si spende molto, ma si spende poco per il lavoro e per le politiche sociali dei servizi. Meno che negli altri paesi Europei. Noi rivendichiamo con orgoglio che nostra è stata l’idea della privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico.

 Oggi rivendichiamo la scelta di voler avviare una nuova riforma della Pubblica Amministrazione, la cui premessa è il completamento della contrattualizzazione del rapporto di lavoro: dalla certezza della responsabilità dei dirigenti alla necessità di confronto e definizione dell’organizzazione del lavoro. Una riforma che abbia a cuore il rapporto con i cittadini, che non possono e non devono vivere il rapporto con la Pubblica Amministrazione come fosse un labirinto ad ostacoli. Potremmo dire che i servizi pubblici hanno bisogno di coccole: coccole come cura del e nel servizio pubblico, accoglienza come attenzione agli addetti e agli utenti che insieme possono determinare una migliore qualità delle prestazioni. Questo si può fare non segmentando in contratti diversi prestazioni uguali, non corporativizzando per professioni, ma considerando il concerto di professionalità che costituiscono un servizio, decentralizzando e considerando il territorio il luogo dove i cittadini incontrano le Pubbliche Amministrazioni, quindi dove accorpare e mettere in rete i servizi.

 
 
 Puntare su politica industriale, ricerca e innovazione
Provo a tracciare le indicazioni fondamentali: la politica industriale e la programmazione; dalla ricerca pubblica da sostenere seriamente, all'incentivazione di quella privata; le nuove tecnologie e l'innovazione; il risparmio e le reti. Consideriamo l’industria pubblica come motore e catalizzatore di altri investimenti, non un bene in saldo al miglior offerente. Si possono fare tanti esempi, anche per dare senso alle scelte di investimento. Mi limiterò ad alcuni: come immaginare un serio investimento se non si agisce sulle reti e sull'innovazione dei materiali dell'edilizia?

Come affrontare le infrastrutture di mobilità se non ci si pone il tema di un sistema pubblico di trasporto integrato, dal livello locale a quello nazionale, e se non si è produttori di mezzi di trasporto collettivi, dai treni agli autobus? Ed ancora, come si può immaginare investimenti e infrastrutture rispettose del consumo di territorio ed ambiente se non viene definita una politica, le priorità e se non si sottraggono al patto di stabilità interna i quattrini per gli investimenti che le amministrazioni locali oggi conservano a futura memoria? Se nulla sarà più come prima, questo vale innanzitutto per la produzione industriale dei servizi. Non è solo attenzione ai cicli produttivi, tema fondamentale per ricostruire un governo della prestazione lavorativa.

È soprattutto un’idea di trasformazione verso un’industria migliore per produzione e prodotti sostenibili. Vi è nel nostro Paese un vento pericoloso; quello che fa coincidere produzione industriale, soprattutto quella pesante, con veleno. Una simile equazione porta inevitabilmente a cancellare e chiudere. Come se il nostro Paese fosse sfiduciato, incredulo della possibilità di produrre “pulito” e dall’efficacia della trasformazione. Un dibattito spesso inquinato anche dalla scarsa conoscenza della complessità del ciclo produttivo, dell’importanza dei materiali. Un salto rapido di qualità va fatto nella determinazione delle migliori tecnologie antinquinamento, come indica la direttiva europea e nella certezza delle regole.

Il nostro Paese da tanto tempo, negando il lavoro come produttore di ricchezza, non si interroga più su come esso funziona, quali legami, come opera; si sarebbe detto una volta, la catena del valore. Come non conosce il lavoro e non si interroga sulle sue trasformazioni. A questa idea destrutturatrice dell’industria del nostro Paese, si somma quell’altra filosofia, tante volte vista all’opera in questo periodo che, quando sente l’espressione "crisi di un’azienda", di un gruppo, la trasforma in “azienda decotta” e quindi da chiudere. Questo modo di pensare, intanto, non fa i conti con la profonda crisi del sistema produttivo e il rischio che scompaia un quarto del sistema. Quando diciamo che insieme a cercare lavoro bisogna difenderlo, pensiamo esattamente a questo. Vogliamo conservare tutto così com’è? No, o meglio, non è tutto uguale e non per tutto vale solo la difesa.

Ma soprattutto, una politica industriale deve guidare nella trasformazione alla produzione verde, a nuovi prodotti che guardino alla sostenibilità oggi e domani. Esperienze ci sono: pensiamo alla chimica verde, a materiali che non diventano rifiuti indistruttibili. Troppo poco rispetto alla necessità. Eppure non c’è settore che non possa proporsi questo traguardo. Dal packaging nell’industria alimentare, al riciclo, ai nuovi materiali, c’è un campo infinito di materialità della produzione e di prodotti che può essere innovato e rivoluzionato. Certo è la responsabilità delle singole imprese, ma lo è anche del governo, della scelta pubblica che deve indirizzare la domanda, scegliere, commissariare, indicare vincoli e prescrizioni, ma soprattutto alimentare la ricerca in quella direzione. Individuare priorità.

Anche in questo caso, come nelle crisi aziendali che non sono chiusure da programmare, vi è da cambiare il modo in cui si calcolano i costi; non solo quelli sociali, ma gli effetti di risparmio che un prodotto sostenibile ha rispetto ad un altro, oltre ai risparmi che si determinano con la riduzione delle politiche di risanamento. Così si determina che non sono nuove risorse da investire, ma da un lato spesa, dall’altro risparmio. Sull'inquinamento si sono trovate soluzioni di tasse, in realtà multe da pagare. Una strada che se non si traduce in incentivazione al cambiamento, quindi di nuovo spesa e risparmio, rinvia il problema ed aggrava il consumo del pianeta, del territorio. Un’altra ragione della necessità di un governo e di una visione compiuta del Paese e delle politiche da realizzare.

Un’altra ragione contro i cerotti, per una politica che coniughi emergenza e medio periodo. Questa idea si chiama, si è sempre chiamata, programmazione e coinvolgimento di tutti i soggetti verso quel bene collettivo che è il Paese. Non è dunque una bestemmia né un pericolo sovversivo, è la scelta di ricondurre l'intervento pubblico alla sua natura e, perché no, di riabilitare la parola stessa. Se si ha un'idea positiva di futuro bisogna misurarsi con l'intervento pubblico in tutte le sue caratteristiche, da datore di lavoro, in certi casi anche di ultima istanza, a costruttore di domanda, a sostenitore di scelte, ad effettivo conduttore delle imprese partecipate, a generatore e gestore di servizi e quindi di welfare. Ma intervento pubblico è anche qualità dello Stato e delle sue istituzioni, e quindi riforme. “Riforma” è sempre più parola malata; lo abbiamo visto con quelle realizzate in questi anni, che non hanno migliorato le condizioni di molti determinando un compromesso più avanzato, ma hanno tagliato risorse, condizioni e prerogative, in qualche caso alterando persino il patto di cittadinanza. Allora vorremmo essere chiari, per noi la parola “riforma” torna al senso originale, cambiare per ridurre diseguaglianze, per dare risposte eque ed efficaci, per traguardare lo sviluppo, non per ridurre lo spazio pubblico e di cittadinanza.

Il Piano del Lavoro per uscire dalla crisi
Il Piano del Lavoro è la nostra proposta per uscire dalla crisi, la traccia con la quale indichiamo che Paese potremmo essere, l'idea di un nuovo modello di sviluppo che generi benessere. Non nascondiamo che è una proposta che si confronta con una composizione di parametri del PIL ben più ricca e vasta. Un adagio di questi anni, dicevamo, è il welfare come costo, è il welfare che non deve più essere lavorista, è il cambiamento della popolazione, dai migranti all’allungamento dell’aspettativa di vita, che lo rendono un costo insostenibile nel tempo e così via. Una litania infinita. Abbiamo detto che rivendichiamo la riforma della Pubblica Amministrazione, essenziale sia per il welfare che per la programmazione.

 La composizione della popolazione muta, si allunga la vita, ci sono esigenze che slittano nel tempo, c’è un grande tema di invecchiamento attivo, che non può essere solo allungamento infinito degli anni di lavoro, così come il ponte generazionale abbiamo capito essere tutto nuovamente a carico delle parti. Ma se è così, questo welfare non funziona con la nuova legge delle pensioni e il metodo contributivo ad attuali coefficienti. Ma la popolazione muta nelle solitudini, nei bisogni che si vedono e che vanno rilevati. Ci vogliono politiche di domiciliarità per la non autosufficienza, favorendo l’autonomia ma non trasformandola in solitudine. Serve un’idea vera di politiche attive di sostegno al reddito, formazione, diritto allo studio dalla primissima infanzia. Ovvero nuovo welfare non è un esercizio teorico, è misurarsi con le persone, in un grande rispetto delle loro scelte nell’attenzione alla coesione sociale, come abbiamo detto parlando di contrattazione sociale.

Nel Piano del Lavoro di cui siamo soggetto promotore e attore non solitario, abbiamo detto che nessuno è autosufficiente e che non ci vogliamo sostituire ad alcuno. Riteniamo che tra le pagine da voltare, nel “nulla sarà come prima”, c'è anche quella compiuta con la svalorizzazione della rappresentanza sociale, e di quella del lavoro in primis. Poniamo esplicitamente il problema del riconoscimento e del rispetto. Non è riconoscimento e rispetto quel tramestio che caratterizza la campagna elettorale in corso, che non distingue i ruoli, che confonde responsabilità, che cerca nemici per non provare a misurarsi sui contenuti, che scarica responsabilità per non ammettere che ha trascurato il Paese. Abbiamo delineato la priorità, il lavoro, una proposta per l'emergenza, i giovani e la creazione di posti di lavoro, la riorganizzazione del Paese con i progetti operativi. Abbiamo cioè indicato la necessità di un nuovo compromesso sociale. Lo abbiamo qualificato non guardando a come eravamo, ma come scelta per determinare la qualità di quel “nulla sarà più come prima”.

Governare quel cambiamento è progettare il futuro che dobbiamo cominciare a costruire nel presente. Una nuova stagione di partecipazione, di condivisione, di conflitto positivo, non preventivo e non fine a se stesso. Per questo, lo diciamo ai nostri ospiti, vedremmo con orrore un'interlocuzione tipo “il vostro programma è il nostro”. L'esperienza ci dice che è strada sbagliata e scivolosa. Sbagliata perché quando diciamo “ci vuole un nuovo compromesso sociale” non pensiamo ad un patto generale, magari di legislatura. Il Piano del Lavoro è una proposta compiuta che mettiamo a disposizione del Paese, intorno alla quale crediamo possa crescere un dibattito e una mobilitazione collettiva, che dovrà e potrà vedere accordi generali o più specifici, tra parti e non tra partner. Il fine, cioè, è il merito delle cose che si faranno, non il metodo.

Il Piano del Lavoro è l'oggi e i prossimi anni. Sarà per noi la misura del cambiamento e dell'idea di sviluppo del Paese. Non ci distrarrà dall'idea che priorità nel Piano del Lavoro è creare lavoro per i giovani, ma serve subito, lo dico nuovamente ai nostri ospiti, dare un segno della qualità politica di una nuova stagione affrontando alcune scelte che tra l'altro non costano. La prima è senz’altro la cancellazione dell'articolo 8 e dell’articolo 9: se l’articolo 8 è quel passo indietro che la legislazione deve fare perché la contrattazione sia libero esercizio delle parti, non costruzione derogatoria e cancellazione delle certezze contrattuali, l’articolo 9 è un problema di civiltà, di necessità di inclusione dei diversamente abili, di dignità e rispetto, che mai troverà risposta nella costruzione di ghetti.

La seconda è la legge sulla democrazia e rappresentanza a cui proviamo a contribuire lavorando per l'accordo tra le parti. Mentre temiamo che urgenza ed emergenza restino gli ammortizzatori in deroga e la soluzione per gli esodati. Non si ferma ovviamente qui l'elenco delle necessità, quelle che al governo che verrà dovremo proporre: dal come si ripara ai guasti dei tanti tagli e delle tante iniquità, alle leggi da correggere che dovranno accompagnare quella riorganizzazione del Paese che abbiamo tracciato. Il Piano del Lavoro nel 1949/50 indicava le scelte del Paese, indicava che cosa CGIL, lavoratori e lavoratrici, pensionati avrebbero messo al servizio del Paese. È stato nel tempo tradotto negli “scioperi alla rovescia”, definizione in realtà sbagliata.

Il Piano del Lavoro fu sorretto da tante lotte e mobilitazioni, ma certo allora si mise a disposizione lavoro per ricostruire infrastrutture e per progettare consumi per un mondo del lavoro che ben pochi consumi poteva permettersi. Abbiamo riflettuto su quell'esperienza. Nel vedere la somiglianza e le differenze abbiamo colto il chiamare alla mobilitazione di tutti per indicare degli obiettivi e per porre degli interrogativi, perché non è solo proporre, è anche come si contribuisce oltre il quotidiano e strategico fare. Abbiamo riflettuto sull'imperativo categorico del creare lavoro, definendolo come buon lavoro qualificato.

Abbiamo riflettuto sull'esperienza del Paese, sugli effetti dell'innalzamento dell'obbligo scolastico e, pochi anni dopo, sui processi di ri-alfabetizzazione, sull'accesso all'istruzione anche per chi ne era stato escluso. Per usare la formula di allora, pensiamo che dobbiamo accompagnare il Piano con le 150 ore "alla rovescia". Il lavoro, diciamo sempre, ha grandi saperi. Li ha sul lavoro stesso, sui prodotti, sulla contrattazione, sulla sicurezza e salute, sulla tutela individuale e collettiva, e tanti altri saperi e conoscenze.

Le nostre Camere del Lavoro sono state da sempre anche luogo di istruzione. Abbiamo insegnato la lingua italiana agli stranieri, abbiamo voluto la traduzione delle segnalazioni di sicurezza nei cantieri. Il nostro mondo, dai pensionati ai lavoratori, è una miniera di esperienza, conoscenza, saperi e di desiderio di apprendimento. Allora questa sarà la nostra sfida nella sfida, essere “maestri”, trasmettitori di conoscenza, interlocutori e progettisti dei programmi operativi del nostro Piano, propagatori di una cultura positiva del lavoro. Non sostituti delle funzioni istituzionali, ma promotori, come nelle 150 ore, dell’istruzione come diritto collettivo e permanente, oltre i cicli scolastici e l'età, anche come risposta ai desideri.

In quest'epoca schiacciata sul presente, condizionata da un contingente che cancella valori, abbiamo voluto alzare lo sguardo, tradurre quel “noi non ci rassegniamo” e “cambiare si può” con cui abbiamo colorato le tante piazze della nostra lunga mobilitazione di questi anni. Sappiamo di avere la responsabilità verso quei tanti che hanno guardato e guardano a noi per mantenere fiducia nel futuro; abbiamo l'orgoglio di avere tenuto aperta la prospettiva quando troppi abbassavano le bandiere; abbiamo l'idea che il lavoro sia l'unico vero soggetto di trasformazione positiva.

Abbiamo tradotto tutto questo nel Piano del Lavoro, una proposta che è aperta al contributo e al confronto, tracciata nella linea fondamentale, ma che ancora può e deve crescere. Una proposta che, lo ribadiamo ancora una volta, non è il libro dei sogni, non dà i numeri, ma costruita per progetti, dà concretezza ed immediatezza, celerità di risposta alla disoccupazione dei giovani e delle giovani. Un Piano per prendersi cura del lavoro e del Paese. Prendere in carico e curare sono parole inusuali nel lessico politico, emergono solo quando si parla degli affetti e dei compiti delle donne, a proposito di modernità e cambiamento. Le donne non solo curano, ma cambiano il lavoro, il mondo, il benessere di tutti, per questo prendersi cura parla a tutti ed è responsabilità di tutti. Il Piano del Lavoro lo porteremo nelle assemblee, nelle nostre rivendicazioni, nel nostro agire quotidiano.

Italia fondata sul lavoro
"Fondata sul lavoro è la nostra Repubblica, Fondata sul lavoro è la nostra idea di società. Fondata sul lavoro è la Tessera del 2013. Fondata sul lavoro: perché senza lavoro non c'è futuro, perché senza lavoro vince la paura e l'insicurezza, perché senza lavoro vince la disperazione sociale. Fondata sul lavoro perché curiamo il nostro Paese, sappiamo che ha risorse straordinarie, perché per curare il Paese bisogna aver cura del lavoro e così avremo cura dei cittadini". Così conclude Camusso.

domenica 17 febbraio 2013

Ravasi : IL CARDINALE DI SCALFARI

Toto Papa, c'è anche Ravasi: il monsignore che pontifica per Scalfari

Camillo Langone: no, vi prego, il Pontefice di Repubblica no. Eppure il preferito di Barbapapà è tra i cardinali papabili

Una prospettiva inquietante alla luce delle parole di un compiaciuto Scalfari secondo il quale il percorso teologico di Ravasi «mette in discussione l’assolutezza della verità e può condurre al relativismo, alla verità relativa che nasce nella coscienza autonoma di ogni individuo e che conduce verso un rapporto diretto con Dio scavalcando l’intermediazione della gerarchia sacerdotale». 

Ancora peggio di un nuovo Martini: un Hans Küng travestito da cardinale. Allora avevano visto giusto, i ragazzi di Papalepapale, il blog dei giovani tradizionalisti dove Ravasi viene definito addirittura «non cattolico». Citano un articolo dell’89 uscito sul settimanale del cattosinistrismo che si fa mainstream, Famiglia Cristiana, in cui il futuro porporato parla del processo a Gesù usando termini raccapriccianti: «L’unica documentazione diretta disponibile è quella dei Vangeli. Documentazione che, storicamente parlando, non è ineccepibile, essendo di parte e con finalità più teologiche che rigorosamente storiografiche…».

sempre sulla molto ospitale Famiglia Cristiana, nega esplicitamente la storicità dei Vangeli invitando a non «credere che Gesù risuscitò Lazzaro da morte, nel modo e nei particolari descritti da Giovanni». 

 commenti

 

9
Chi è davvero Ravasi
17/02/2013 20:11
Postato da Adriano_Meis
Per sapere veramente chi è Ravasi, consiglio a tutti di leggere l'ottimo libro "La guerra contro Gesù" del grande Antonio Socci (peratro pregiata penna di Libero). Ne esce un quadro allucinante!... Questo non solo è un senza-Dio: questo è un contro-Dio!... Io mi domando: ma quando fanno le nomine a cardinale, una sorta di test attitudinale, lo fanno?...
8
buttiamo in politica anche l'elezione del papa
17/02/2013 16:34
Postato da giobbicio
ma come vi permettete di esprimere simili giudizi, sarà lo spirito santo che guiderà i cardinali nel conclave e se Ravasi diverrà papa sono cose che noi umili terreni non possiamo commentare

 

 

 

I danni delle tasse di Monti

I danni delle tasse di Monti
da IL GIORNALE

sabato 16 febbraio 2013

ELEZIONI 2013 - GIANFRANCO LA GRASSA

La sinistra italiana è una cloaca.

Se si va avanti così, si rischia di far diventare meno antipatico il “coniglio”, perché i suoi
avversari sono una cloaca a cielo aperto, con odori sempre più nauseabondi che ci investono e ci
fanno temere una terribile pestilenza di tipo medievale. La destra è di una rozzezza e anche di una
ribalderia che lascia senza dubbio attoniti.
La sinistra è tuttavia l’annientamento di ogni briciolo di sovranità italiana, e non nel semplice senso del liberismo insensato e del filo-americanismo da venduti e servi nemmeno tanto ben pagati.

La sinistra continua a cianciare di operai e lavoratori (intendendo solo i salariati).
In realtà, è pronta ad aiutare la magistratura a distruggere le poche realtà industriali veramente importanti per dare un minimo di forza al nostro paese, per favorire i “cotonieri”, i farabutti dell’industria/finanza più strettamente legati agli Usa, che ormai ridurranno il nostro paese a semicolonia; e sono talmente inetti e sanguisughe che nemmeno ne faranno il “paradiso” dei miliardari americani che vogliano godere del Sole, di buona cucina e quant’altro.
I lavoratori di riferimento di simile “sinistra” sono quelli dei settori improduttivi (nel senso più letterale del termine, non in quello scientifico di Marx).

La sinistra, invece, ha osannato la “primavera araba”, ha gioito del massacro libico, ha aderito
alle più mostruose menzogne (ha subito accettato le balle delle fosse comuni vicino Tripoli o dei
bombardamenti aerei sulla piazza principale della Capitale, affollata di “democratici in lotta per la
libertà”, balle smentite in breve volger di tempo). Abbiamo sentito il vero capo di questa sinistra
ultrafilo-americana, Napolitano, sostenere che dovevamo adempiere i nostri doveri verso la Nato
nell’aggredire il libero paese per sottometterlo alle smanie di Obama.

La “sinistra” è un grosso flusso di agenti patogeni, penetrato nel corpo italico per ucciderlo e
viverci poi da saprofita. Normalmente, un organismo sano ha i suoi “soldati”, i globuli bianchi, che
si oppongono agli invasori e li annientano. E’ però indispensabile la sussistenza di un midollo
spinale funzionante, che li produca. Il ceto medio (nel senso di una sua decantazione con emersione
dei suoi settori vitali per il paese) dovrebbe essere questo midollo spinale. Al presente sembra
proprio che siamo degli invertebrati. Speriamo per il futuro. Resti un punto fermo: la “sinistra” è
l’agente patogeno per eccellenza, quello che apporterà la morte sicura.

http://www.cobaspisa.it/wp-content/uploads/2013/02/fuori-dai-denti.pdf

mercoledì 13 febbraio 2013

POLITICHE 2013, IL PROGRAMMA DI SILVIO BERLUSCONI


1. Dimezzamento dei costi della politica
2. Eliminazione dell’IMU sulla prima casa
3. No alla patrimoniale
4. Detassazione degli utili reinvestiti in azienda
5. Piano di attacco alla spesa pubblica eccessiva e improduttiva

programma elettorale grillo 2013

programma elettorale grillo 2013


1) abolizione delle Province;
2) abolizione dei rimborsi elettorali;

5) eliminazione delle pensioni privilegiate per i parlamentari;
6) stipendio dei parlamentari allineato alla media degli stipendi nazionali;
7) abolizione dell’Authority;

9) norme più stringenti per risparmiare sul riscaldamento degli edifici e sugli elettrodomestici;
10) incentivazione della produzione di biocombustibili;
11) incentivazione della produzione di energia termica con fonti rinnovabili.
Il programma prosegue con:
12) eliminazione dei contributi pubblici alle testate giornalistiche;
13) nessuno potrà essere proprietario di più del 10% di un canale televisivo;
14) asta pubblica ogni cinque anni per le frequenze televisive;
15) nessuno potrà essere proprietario di più del 10% di un quotidiano;
16) abolizione dell’Ordine dei giornalisti;
17) vendita ad azionariato diffuso, con proprietà massima del 10%, di due canali tv pubblici;
18) un solo canale tv pubblico senza pubblicità, indipendente dai partiti;

20) statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia;
20) copertura completa dell’adsl a livello nazionale;
21) eliminazione del canone telefonico per l’allacciamento alla rete fissa;
22) tetto nazionale massimo del 5% per le società di raccolta pubblicitaria facenti capo a un singolo soggetto economico privato;
23) divieto della partecipazione azionaria da parte delle banche e di enti pubblici a società editoriali;



27) impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno;
28) vietare gli incroci azionari tra sistema bancario e sistema industriale;
29) impedire l’acquisto prevalente a debito di una società (ad esempio Telecom Italia);

31) allineamento delle tariffe di energia, connettività, telefonia, elettricità, trasporti agli altri Paesi europei.
E ancora il Movimento 5 Stelle si prefigge di realizzare:
32) riduzione del debito pubblico con il taglio degli sprechi;
33) sussidio di disoccupazione garantito;
34) disincentivo dell’uso dei mezzi privati motorizzati nelle città;
35) sviluppo delle piste ciclabili;
36) blocco immediato della Tav in Val di Susa;
37) sviluppo delle tratte ferroviarie legate al pendolarismo;
38) copertura dell’intero Paese con la banda larga;
39) corsie riservate per i mezzi pubblici nelle aree urbane;
40) ticket sanitari proporzionali al reddito per le prestazioni non essenziali;
41) prescrizione medica dei principi attivi invece delle marche dei farmaci;
42) separare le carriere dei medici pubblici e privati;
43) incentivare la permanenza dei medici nel pubblico;
44) proibire gli incentivi economici agli informatori scientifici sulle vendite dei farmaci;
45) liste di attesa pubbliche e on line;
46) utilizzo degli oppiacei come la morfina contro il dolore;
47) finanziare la ricerca indipendente attingendo ai fondi destinati alla ricerca militare;
48) eliminare gli inceneritori;
 
50) graduale abolizione dei libri di scuola stampati rendendoli accessibili via Internet;
51) insegnamento obbligatorio della lingua inglese dall’asilo.

programma elettorale giannino

1 Ridurre l'ammontare del debito pubblico. E' possibile scendere rapidamente sotto la soglia simbolica del 100% del PIL anche attraverso alienazioni del patrimonio pubblico, composto sia da immobili non vincolati sia da imprese o quote di esse.

2 Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell'arco di 5 anni.

3 Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, 

Programma elettorale 2013 Samorì

  
Considerato che è obiettivo di massima urgenza fronteggiare il debito pubblico che opprime il Paese limitandone le risorse, il MIR presenta alcune proposte fondamentali e, in primo luogo, propone di 

1) acquisire al patrimonio pubblico a riduzione del debito, i 250 miliardi di riserve disponibili, auree e valutarie, detenute dalla Banca d’Italia, previa adozione di adeguati provvedimenti normativi e in concordanza con la Comunità Europea.

2) Propone inoltre analogamente di acquisire i patrimoni delle Fondazioni Bancarie, ferme restando le cautele nella gestione e nella dismissione delle quote partecipative delle Banche, e l’alienazione almeno di una parte di circa 50 -100 miliardi di patrimonio pubblico, prevedendo con legge speciale la possibilità d’ immediato utilizzo dei beni acquistati.

3) Considera ragionevole l’introduzione di una tassa patrimoniale sugli extraricchi, cioè con un patrimonio totale superiore ai 10 milioni di Euro.

I risparmi così ottenuti dalla diminuzione del debito pubblico permetterebbero di alleggerire la pressione fiscale, soprattutto a favore dei ceti medio/bassi ed a favorire la ripresa dei consumi, mantenendo l’aliquota delle imposte non superiore al 30%  con zero imposte fino a 15.000,00 di reddito.
La massima attenzione nei confronti dell’elusione delle imposte, fenomeno che genera diseguaglianze sociali e forme di criminalità, deve mantenersi costante con ogni mezzo, incoraggiando se necessario, l’uso della moneta elettronica al posto del contante.


Programma elettorale PD 2013

Programma elettorale PD 2013 di Bersani

Economia
Le 5 azioni per l’economia reale:

1. Liquidità per dare respiro alle imprese con un piano di 50 miliardi in 5 anni per il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese.
La misura sarà finanziata con l’emissione di titoli ad hoc sul modello dei Btp Italia

2. Investimenti con un grande piano di piccole opere: 7,5 miliardi di euro in tre anni per mettere in sicurezza scuole e ospedali. Con meno spese per i cacciabombardieri, fondi strutturali europei e sgravi fiscali per i privati che investono

3. Economia verde con lo sviluppo dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili e con la riqualificazione degli immobili, per rivitalizzare l’edilizia senza consumare territorio

4. Banda larga e Ict Una grande opera infrastrutturale per sviluppare un sistema di servizi che dia lavoro ai giovani

5. Industria 2020 Riprendendo il filo di Industria 2015

Il primo passo da compiere è un
ridisegno profondo del sistema fiscale che alleggerisca il peso sul lavoro e sull’impresa,
attingendo alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari. 

martedì 5 febbraio 2013

Il mito ossessivo della crescita

L'accumulazione di denaro, inteso come principio del benessere, aiuta i vincenti a dimenticare la morte, ma la morte di milioni di perdenti sta li a ricordare ogni momento la vanita' dell'operazione.
L'uomo, dalla Rivoluzione francese a questa parte, ha in mente un mondo in cui l'uguaglianza deve essere, obbligatoriamente, il valore piu' alto. Percorre da secoli una strada che lui stesso ha costruito, giorno dopo giorno, e che dovrebbe condurre all'uguaglianza totale in diritti e opportunita'. Eppure oggi un amministratore delegato guadagna 1000 volte quello che percepisce un operaio. Se e' l'uguaglianza che cerchiamo, allora abbiamo imboccato il percorso inverso. Stiamo correndo all'impazzata verso una fine che noi stessi ci siamo creati, con le nostre mani, fondando la nostra societa' sul mito dell'interesse, della crescita e del denaro, e forse l'ultima crisi economica non sara' il tramonto del capitalismo, ma e' la dimostrazione che c'e' qualcosa di dannatamente perverso in tutto questo. Il mito della ricchezza e' da tempo immemore una fissa dell'uomo, ma soltanto negli ultimi secoli, quello dei Lumi e della Rivoluzione industriale poi, ha finito col renderci oggetto della ricchezza, e non il soggetto. Prima era l'economia che girava attorno all'uomo, il quale ricopriva un valore centrale nell'universo, oggi e' l'uomo, privo di valore, a girare intorno all'economia, la quale riveste l'essenza centrale del nostro universo. L'unico senso, l'unico valore umano nell'Occidente capitalista, ma che di umano non ha nulla, e' fare sempre piu' denaro, o fare denaro col denaro, senza limiti e all'estremo, tanto che oggi l'individuo ha perso il suo status e viene chiamato consumatore. Siamo tutti consumatori: l'oggetto senza valore della crescita economica.
Vivendo in una societa' che fa dell'interesse, dello spread e della borsa l'unica essenza, abbiamo dimenticato che le societa' preindustriali avevano una certa riluttanza per il denaro e anzi, gli conferivano il valore per il quale fu ideato: quello dello scambio. Un tempo non troppo lontano, infatti, la combinazione era MERCE -DENARO - MERCE, dove la merce - come il pane o un indumento -, era il valore primario, quello per cui aveva un senso vivere, mentre il denaro serviva per lo scambio; oggi tutto e' ribaltato: la combinazione e' DENARO - MERCE - DENARO, dove il denaro e' il bene primario da accumulare, mentre la merce non ha piu' un valore, e anzi e' il mezzo che ci porta alla ricchezza. Ma in un mondo spoglio di valori, in cui l'unico fine e' quello della crescita economica, va da se' che il lavoro, come azione che genera denaro, ha assunto un aspetto fondamentale della vita. Chi oggi non lavora e' un parassita della societa', un reietto, un fannullone, un perditempo, tanto che pure la nostra Costituzione definisce l'Italia una 'Repubblica fondata sul lavoro'. Cosi tanto ciechi e sicuri del nostro sistema, siamo abituati a credere che tutte le societa' hanno una vita economica e sono costrette al lavoro per sopravvivere. Ma non e' cosi.
Nelle societa' primitive tutto e' magico e sacro. Di conseguenza il lavoro, attivita' profana che soddisfa bisogni elementari, e' causa di profanazione della natura e non ha senso ne' posto nella vita di tutti i giorni. Ci viene detto che queste civilta' primitive sono schiave delle loro stesse credenze. Ma e' tanto diverso per noi, che siamo schiavi delle nostre? Noi crediamo fermamente nella religione del progresso e della scienza, posseduti dalla magia del lavoro, mentre nelle societa' primitive questa razionalita' e l'economia non sono dominanti. Ma a ben guardare fino a 300 anni fa la societa' occidentale era piu' vicina a queste civilta' che a noi, pur essendo i posteri. Al tempo dei romani, ad esempio, l'idea che fosse necessaria una attivita' finalizzata per raggiungere il benessere del cittadino (terme, teatro, giochi circensi) non aveva ragione d'essere, perche' veniva offerto dalla generosita' dei grandi. Il concetto, pur in modo diverso, puo' valere anche per il periodo medievale e il primo Rinascimentale. Oggi niente e' in regalo e tutto e' in vendita.
La felicita', un tempo, era un valore senza prezzo. Oggi la si compra, e comprandola perde tutto il suo valore. Fino a prima della rivoluzione industriale non aveva ragione d'essere l'ideologia del lavoro, ma al contrario era viva quella del non-lavoro. L'idea dell'accumulare denaro era si esistente, ma tuttavia non era cio' che realmente importava - i banchieri e i mercanti erano malvisti -. Il tempo della vita, invece, era un fine ben piu' grande: si lavorava le ore necessarie per sopravvivere, poi il tempo, che era il bene piu' prezioso, lo si dedicava alle cose che piu' si amavano. Oggi il mito e' chi ha tempo non aspetti tempo, o il tempo e' denaro, perche' l'unico valore che esso puo' assumere in epoca industriale e' quello del non-tempo: bisogna sfruttarlo il piu' possibile per produrre, per creare, per crescere inesorabilmente, tanto che nell'ambiente lavorativo, in certe aziende, si mangia davanti al computer pur di non perdere un attimo. Ma che poi, pensandoci bene, che senso ha tutto questo? Un senso umano, intendo. Continuare a cresce economicamente, per cosa? Si dice per produrre benessere. Il Pil delle nazioni, da cinquant'anni a questa parte, e' aumentato grosso modo in Occidente come in Oriente - vedi la Cina - e, salvo la crisi economica, continua ad aumentare, eppure la ricchezza dei cittadini non e' mai stata direttamente proporzionale a quella degli Stati. La crescita infinita, poi, e' una chimera impossibile da raggiungere: qualcuno puo' spiegarci com'e' possibile in un mondo che ha dei limiti fisici, sia orizzontali che verticali, una crescita infinita?
L'idea e' che la societa' del benessere, come noi intendiamo la nostra, sia contrapposta alla paura della morte. Si tende al benessere, qualunque esso sia (denaro, ricchezza, bene fisico, potere, gloria, felicita') per allontanarsi da tutto cio' che e' male e che si riassume con il concetto di morte. Forse questo bisogno paranoico dell'accumulazione di denaro, inteso come principio del benessere, aiuta i vincenti a dimenticare la morte, ma come scrive Latouche 'la morte di milioni di perdenti sta li a ricordare ogni momento la vanita' dell'operazione'. Cosi mentre noi affondiamo nell'ennesima crisi economica, sicuri che l'unica uscita sia la crescita, in una societa' che ha perso i suoi valori e che si crede 'il migliore dei mondi possibili', da qualche parte in Africa o in sudamerica le civilta' primitive vivono senza nevrosi, non sapendo una mazza di cosa sia lo spread e la borsa.

Crescita economica ovvero crescita delle illusioni e delle follie

Gian Piero de Bellis

Crescita economica ovvero crescita delle illusioni e delle follie
(Settembre 2011)



Nell'autunno-inverno 1997-1998 Martine Aubry, ministro francese dell'occupazione e della solidarietà nel governo di Lionel Jospin, era preoccupata per la crisi economica, una delle tante crisi economiche causate dallo stato. A quei tempi vivevo in Francia, a Lyon, e seguivo regolarmente i notiziari. A una giornalista della televisione che la intervistava sul come superare la crisi, Martine Aubry, ministro della repubblica e numero due del governo, rispose con le seguenti testuali parole che non ho mai potuto dimenticare: “Il faut rélancer la consommation.
In sostanza, il ministro della solidarietà non faceva alcun riferimento alla fine dei privilegi, degli sprechi, dei parassitismi, delle ingiustizie, dei disservizi e via dicendo. No! Parlava soltanto di un rilancio massiccio dei consumi.
Rimasi perplesso, per non dire esterrefatto, a sentire quelle parole. Ma non era certo quella la prima volta che rimanevo perplesso al riguardo.
Andiamo allora indietro nel tempo.

Nel 1972, apparve una ricerca commissionata da un gruppo di persone capeggiate dall'industriale Aurelio Peccei, e riunite sotto la sigla del Club di Roma. Il rapporto, intitolato Limits to Growth (maldestramente tradotto in italiano come Limiti dello Sviluppo) fece notevole scalpore. In esso si formulava la tesi che una crescita economica continua nella produzione e nei consumi in presenza di risorse naturali oggettivamente limitate avrebbe condotto, entro i prossimi cento anni, ad un esaurimento delle risorse stesse e quindi ad una crisi sociale epocale con conseguente crollo del benessere delle popolazioni. L'invito quindi era quello di prepararsi, e passare ad un modello sociale ed economico che tenesse conto di queste limitazioni.
Il rapporto fu visto da molti, e specialmente da coloro che si collocavano sotto l'etichetta di “progressisti di sinistra” come una macchinazione capitalista per sancire in eterno il divario tra i popoli (quelli sviluppati e quelli arretrati) e quindi come una sorta di catastrofismo neo-imperialista.
Anche quella volta rimasi perplesso per una simile interpretazione nei confronti di uno studio che poteva invece essere un punto di partenza interessante per la riflessione e la discussione. La mia perplessità sorgeva anche dal fatto che, a quei tempi, non avevo ancora capito quale fosse il paradigma concettuale (o, detto in maniera più diretta, gli interessi concreti) su cui si poggiavano le critiche degli oppositori al rapporto.
Ma, per chiarire ciò, dobbiamo fare ancora un passo all'indietro.

Nel 1936, John Maynard Keynes pubblicò la sua Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta che era, in sostanza, un inno alla spesa statale e al consumo delle famiglie. Il successo fenomenale della teoria keynesiana ha a che fare con taluni aspetti importanti della dinamica politica e personale, in assenza di limiti dettati dalla razionalità, e cioè la voglia di potere (stato) e la voglia di consumo (individuo).
In sostanza, attraverso Keynes, le manie di grandezza assoluta dello stato e le pulsioni edonistiche senza limiti dell'individuo trovano una rispettabilità intellettuale che sarebbe stata inconcepibile prospettare solo alcuni decenni prima. Per dirla in maniera molto sintetica, con Keynes la morale dell'Inghilterra Vittoriana basata sul risparmio e sulla moderazione viene condannata e totalmente rimpiazzata dall'elogio del consumo e dalla rivalutazione dello spreco come strumenti per far funzionare l'economia.
La visione keynesiana si basa dunque su due aspetti fondamentali: consumi e crescita. I consumi spingono alla crescita e la crescita stimola i consumi. Nella visione keynesiana la crisi economica è risolvibile solo facendo ripartire i consumi i quali riavvieranno la crescita. Uno schema talmente semplice e talmente elementare che non poteva non attirare le simpatie dei più semplici tra i semplici, vale a dire dei più idioti tra gli idioti: i politici e i giornalisti.
Con Keynes, il comportamento sensato di un capofamiglia che vive nei limiti delle sue possibilità economiche e, qualora indebitato, cerchi di risparmiare riducendo spese non essenziali, diventa, a livello statale, un comportamento condannabile e irrazionale. In sostanza, la follia debitoria dell'individuo che spende e spande diventa attività altamente meritoria qualora praticata dallo stato e dalle sue cricche.

Ecco allora, rifacendo un salto nel tempo, individuata la fonte della posizione di Martin Aubry quando dichiarò in maniera perentoria: Il faut rélancer la comsommation. Per la socialista statalista keynesiana Martine Aubry, la ripresa dei consumi avrebbe riavviato la crescita e posto fine alla crisi.
A questo punto però bisogna approfondire l'analisi e capire quanto è fondata una posizione che:
a) si basa sui consumi per rilanciare la crescita
b) si basa sulla crescita per uscire dalla crisi.
A) Consumi. Nell'analisi keynesiana, di cui il massimo rappresentante attuale è Paul Krugman, le origini della crisi sono individuate in un calo della spesa complessiva. Questa convinzione risulta però fallace dal punto di vista sia fattuale che concettuale:
- Fattuale. Una analisi dei dati relativi all'economia americana in questo periodo ci dice che le spese per consumi sono aumentate nel corso del 2011 e sono adesso ad un livello superiore rispetto al periodo precedente la crisi (http://mises.org/daily/5641/Its-Not-about-Consumption). Nonostante ciò non vi è alcun segno di miglioramento della situazione economica. E questo è avvenuto anche in periodi passati di crisi (la Grande Depressione e il New Deal).
- Concettuale. L'idea che un indebitamento colossale dello stato e anche di molte famiglie (ad es. per l'acquisto di una casa) possa trovare una soluzione positiva attraverso livelli ancora più elevati di indebitamento, stampando denaro e distribuendolo a pioggia, rivela segnali di dubbia lucidità mentale (ovvero, pura e semplice follia) oltre che di dubbia moralità (ovvero, pura e semplice degenerazione).
B) Crescita. La crescita è vista da quasi tutti, keynesiani e molti anti-keynesiani, come il toccasana per uscire dalla crisi e far ripartire l'economia. I keynesiani puntano sui consumi pensando che così gli imprenditori faranno ripartire gli investimenti (produzione); molti anti-keynesiani puntano sul risparmio e sugli investimenti dando per scontato che la domanda (consumi) assorbirà una riavviata produzione. Nessuno, tranne minoranze molto marginali di fautori della decrescita, si pone la domanda: perché crescere? Tanto è vero che quasi tutti, dal colbertista Tremonti alla maggioranza degli antikeynesiani, sono a studiare misure per la crescita (attraverso più stato) o a invocare un ritorno alla crescita (attraverso meno stato). Per tutti costoro, la crescita è positiva, sempre e ovunque. Punto e fine della discussione.
A mio avviso invece è indispensabile porsi le seguenti tre domande:
1. Quando è necessaria la crescita?
2. A chi torna utile la crescita?
3. Cosa porre, eventualmente, al posto della crescita?
A queste domande provo a dare una risposta sommaria, giusto per avviare una riflessione.
1. La crescita è necessaria quando ci sono bisogni insoddisfatti e risorse materiali unite a capacità tecnologiche che potrebbero soddisfarli. Un esempio positivo in tal senso è dato dalla Rivoluzione Industriale che ha permesso il soddisfacimento di bisogni di nutrizione e di migliori condizioni di vita sulla base di una crescente produttività frutto del progresso tecnologico. Un esempio negativo invece è dato dall'aumento crescente dei consumi nelle società occidentali avanzate sulla base di un indebitamento continuo. In sostanza, la crescita promossa dallo stato assistenziale ha significato, in moltissimi casi, comperare cose di cui non si ha bisogno, con risorse di cui non si ha la disponibilità, generando situazioni di malessere fisico, culturale e morale (obesità, mancanza di autonomia, invidia, ecc.).
2. Poiché la crescita nei paesi avanzati a elevato livello di consumi è generalmente di questo secondo tipo, è necessario chiedersi come mai tutti o quasi siano favorevoli alla crescita (che vuol dire soprattutto aumento dei consumi). La risposta è presto data ed è in relazione al fatto che lo statismo, consapevolmente o inconsapevolmente, è il paradigma su cui si basa il ragionamento della stragrande maggioranza delle persone. Per esse, le entrate dello stato sono equiparate quasi a un reddito che va a vantaggio degli individui e delle famiglie. La crescita dei consumi è dunque invocata e auspicata da tutti gli statalisti in quanto, su ogni unità di consumo, la Banda Bassotti dello Stato e dei suoi affiliati, ricava, attualmente, il 21% (IVA) di profitto (per alcuni prodotti, tipo la benzina, andiamo oltre il 50%). Ne consegue che la crescita dei “vostri” consumi è la condizione indispensabile per uscire dalla “loro” crisi. Senza la crescita, che vuol dire senza un aumento delle entrate fiscali su ogni bene e servizio venduto sul mercato da loro controllato, lo stato bancarottiere è spacciato.
3. La fine dello stato è però l'inizio di una vita sensata e serena per gli individui. Per le persone che vivono in società avanzate e che godono già di un livello di benessere materiale (consumi) decente, l'ansia di dover crescere ad ogni costo, anno dopo anno, per allontanare lo spettro della crisi, non dovrebbe esistere. La crisi è il risultato dell'attività della piovra statale che succhia risorse a tutti, e quanto più queste risorse si moltiplicano, tanto più si allarga l'area dello spreco e del parassitismo. Per cui non si porrà mai fine a questa pazza corsa della crescita fino a quando ci saranno produttori-lavoratori schiavi, accecati anch'essi dal mito della crescita, che comportandosi da utili idioti, continueranno a vivere in una dinamica schizofrenica fatta di produrre-consumare sempre di più per essere continuamente spolpati fino all'osso dai parassiti di stato. Chiaramente, dal momento che le persone produttive hanno in sé quasi una molla verso la creatività e la produzione di qualcosa di buono e di utile in maniera sempre più perfezionata e su scala sempre più allargata (questo si chiama il processo civilizzatore) è necessario sostituire il mito illusorio della crescita con la realtà illuminante dello sviluppo. E per chiarire la differenza tra crescita e sviluppo penso che sia sufficiente concludere con questa citazione presa dai Principi di Politica Economica (1848) di John Stuart Mill, in cui Mill, una volta che si è giunti ad un certo livello di benessere economico, si dichiara a favore dello sviluppo personale e sociale (chiamato stato stazionario) al posto della ulteriore crescita materiale:
“Io non posso considerare lo stato stazionario del capitale e della ricchezza con l’avversione spontanea manifestata dagli economisti politici della vecchia scuola.”
“Confesso che non sono attratto dall'idea di una vita come quella concepita da coloro che pensano che la condizione normale dell'essere umano sia quella di lottare per sopravvivere; che calpestarsi, schiacciarsi, sgomitarsi, e pestare i piedi a qualcuno, che è la forma corrente di vita sociale, sia il destino più augurabile per il genere umano.”
“È a malapena necessario notare che una condizione stazionaria del capitale e della popolazione non implica uno stato stazionario riguardo al miglioramento dell’essere umano. Vi sarebbe ugualmente campo per ogni tipo di coltivazione dell’intelletto e di progresso morale e sociale: così tanto spazio per affinare l’Arte del Vivere, e maggiore probabilità di tale miglioramento, quando le menti cessano di essere preoccupate dal mestiere di sopravvivere.” (Libro IV, Capitolo VI)

lunedì 4 febbraio 2013

Gli investimenti esteri causano povertà

Mito n° 1 Gli Investimenti all’Estero (IE) creano nuove imprese, migliorano o espandono i mercati, stimolano nuove ricerche e lo sviluppo di “Know How” tecnologico locale.

La maggior parte degli IE sono mirati all’acquisto di imprese redditizie pubbliche (che vengono privatizzate) o di aziende private, all’impadronirsi di mercati - vendendo o affittando tecnologia progettata e sviluppata nel proprio paese. Sin dagli anni ’80 più della metà degli investimenti in America latina sono stati mirati all’acquisto di imprese a prezzi al di sotto del valore di mercato.
Invece di integrare i capitali pubblici o privati del luogo la maggior parte degli IE esclude la partecipazioni di detti capitali e mina i centri di ricerca tecnologica emergenti.

Relativamente ai mercati in espansione i dati sono disomogenei. In alcuni settori dove le imprese pubbliche necessitavano disperatamente di fondi, come le telecomunicazioni, i nuovi proprietari stranieri potrebbero effettivamente aver aumentato il numero di utenti ed allargato il mercato. In altri casi, come acqua, elettricità e trasporto, i pochi proprietari stranieri hanno ridotto il mercato, a danno delle categorie a basso reddito, aumentando le tariffe oltre le possibilità di molti consumatori.

L’esperienza con capitali stranieri e trasferimenti di tecnologia è ampiamente negativa. Più dell’80% delle ricerche e degli sviluppi effettuati vengono condotti nel paese di provenienza dei capitali. Il trasferimento di tecnologia altro non è che affitto o vendita di tecnologia sviluppata altrove, piuttosto che progettata sul luogo.
Le multinazionali esigono dalle consociate il pagamento dei diritti (royalty), costi di servizio e gestione per abbassare in maniera artificiosa o fraudolenta i profitti e le tasse dei governi locali.

Movimento per la Decrescita Felice

Il Movimento per la Decrescita Felice (MDF) è un movimento italiano nato e cresciuto informalmente dall'inizio degli anni 2000 sui temi della demitizzazione dello sviluppo fine a se stesso, e successivamente sfociato in un'associazione fondata da Maurizio Pallante, esperto di risparmio energetico. Il movimento, chiaramente ispirato alla decrescita teorizzata da Nicholas Georgescu-Roegen, fondatore della bioeconomia, ed in linea con il pensiero di Serge Latouche, parte dal presupposto che la correlazione tra crescita economica e benessere non sia necessariamente positiva, ma che esistano situazioni frequenti in cui ad un aumento del Prodotto interno lordo (PIL) si riscontra una diminuzione della qualità della vita.[senza fonte]
Successivamente MDF si è formalmente costituita come un'associazione di promozione sociale e nello specifico la sua struttura ha una forma federale; un'associazione di associazioni coi suoi Circoli Territoriali attivi sul territorio nazionale. Ad oggi vi sono circoli, associazioni di promozione sociale regolarmente registrate, denominati Movimento per la Decrescita Felice a: Aosta, Bergamo, Bolzano, Cagliari, Castelli Romani, Como, Genova, Portogruaro (VE), Mantova, Milano, Napoli, Parma, Roma, Salerno, Torino, Urbania (PU). In via di costituzione a Campobasso, Cuneo, Firenze, Lecce, Merate-Robbiate (LC), Mira (VE), Muggia (TS), Potenza, Siracusa, Sorrento, Trieste, Verona.

L'occidentalizzazione del mondo

L'occidentalizzazione del mondo è un saggio dello scienziato sociale Serge Latouche del 1989 sul tema della globalizzazione ed occidentalizzazione del mondo.
L'autore ripercorre la storia dell'imperialismo, del colonialismo e della decolonizzazione che hanno stravolto i sistemi economici e profondamente mutato gli scenari culturali di tutte le aree del mondo, ed hanno portato ad una assimilazione ed uniformazione ai valori occidentali. Cerca quindi di identificare la natura del soggetto di questi processi: l'occidente. Lo definisce come un'entità non più solo geografica, ma ideologica, che è stata caratterizzata dal sentirsi espressione di una razza bianca, fino all'ingresso del Giappone a pieno titolo nella sua sfera. Fondamentale è l'aspetto religioso inoltre, con l'universalità del messaggio cristiano e l'individualismo protestante alla base della politica dei diritti umani e dell'utilitarismo. Da questi valori scaturisce il messaggio etico che si attribuisce l'occidente: la missione di liberazione degli uomini dall'oppressione e dalla miseria. Ma per Latouche:
« La riduzione dell'Occidente alla pura ideologia dell'universalismo umanitario è troppo mistificatrice senza peraltro evitare le insidie del solipsismo culturale che porta direttamente all'etnocidio. È difficile dissociare il versante emancipatore, quello dei Diritti dell'uomo, dal versante spoliatore, quello della lotta per il profitto. »
L'altro carattere saliente dell'Occidente è lo stretto legame con capitalismo e industrializzazione. Ma nemmeno questo, essendo storicamente contingente, ne esaurisce l'essenza. Possiamo quindi cogliere il concetto di Occidente soltanto nel suo movimento, come unità fondamentale di una serie di fenomeni dispiegatisi nella storia. E questa dinamica, che ha visto muovere nel tempo il centro del fenomeno, e non permette di prevedere dove esso sarà domani, ha fatto sì che l'Occidente si sia identificato con il paradigma deterritorializzato a cui ha dato origine.
Secondo Latouche l'interpretazione del fenomeno imperialista/coloniale data dalle analisi marxiste non è sufficiente: concentrarsi sul lato economico, sulla necessità di spazi per il capitale e sullo sfruttamento porta a non vedere il dinamismo culturale ad essi connesso. Il "terzo mondo" viene sempre descritto in condizione di abbandono. Questa condizione è causata da una deculturazione che si aggrava a causa della terapia: le politiche di "sviluppo":
« L'introduzione dei valori occidentali, quelli della scienza, della tecnica, dell'economia, dello sviluppo, del dominio della natura sono basi di deculturazione. Si tratta di una vera e propria conversione.[...] Il veicolo di essa non può essere la violenza aperta o il saccheggio sia pure mascherato in scambio mercantile ineguale: è il dono. »

Semplicità volontaria

Semplicità volontaria è, in lingua italiana, il neologismo che definisce quello che, principalmente nel mondo anglosassone, viene chiamato all'interno del mondo del lavoro il downshifting - parte integrante del più vasto concetto del lifestyle, lo stile di vita, o simple living, del vivere in semplicità - ovvero la scelta da parte di diverse figure di lavoratori - particolarmente professionisti - di giungere ad una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero (famiglia, ozioso relax, hobbystica, ecc.).

Questa innovazione all'interno delle filiere produttive industriali ed economiche ha dato vita ad un vero e proprio movimento di pensiero ed è considerata dai sociologi una delle più eclatanti e vistose conseguenze di uno fra i molti mutamenti sociali e di costume intervenuti negli ultimi anni nell'ambito del mondo del lavoro.
Assumendo come termini di riferimenti il downshifting (e il conseguente downshifter, ovvero colui che attua la scelta di preferire una maggiore disponibilità di tempo libero al miraggio di possibili brillanti carriere professionali), va detto che su tale fenomeno si sono innestati studi sociologici tesi a comprendere la reale portata del cambiamento anche sotto l'aspetto puramente del costume all'interno di concetti ormai ampiamente diffusi come quelli concernenti la qualità della vita nell'era del consumismo.
Il termine downshifting - a cui è stata dedicata, per iniziativa della Gran Bretagna, la settimana 23-29 aprile 2007 - è apparso per la prima volta nel 1994 sul Trends Research Institute di New York City[1]. A distanza di una dozzina di anni è stato acquisito dal New Oxford Dictionary che ne ha fissato il valore lessicale individuandone il significato nel (libero) scambio di una carriera economicamente soddisfacente ma evidentemente stressante, con uno stile di vita meno faticoso e meno retribuito ma più gratificante.
Va da sé che alle spalle di una tale scelta paiono esservi motivazioni altre e alte, come una maggiore considerazione per i temi dell'ecologia, della salute fisica e psicologica e, in ultima analisi, per una visione della vita in minore chiave consumistica (dove l'equazione meno lavoro meno guadagno pare fare fede a sufficienza), oltre che per un recupero di valori da tempo dati per superati come una rivalutazione dell'ozio, un recupero del concetto di lentezza, i mali che una economia drogata può portare con sé.