lunedì 4 febbraio 2013

Gli investimenti esteri causano povertà

Mito n° 1 Gli Investimenti all’Estero (IE) creano nuove imprese, migliorano o espandono i mercati, stimolano nuove ricerche e lo sviluppo di “Know How” tecnologico locale.

La maggior parte degli IE sono mirati all’acquisto di imprese redditizie pubbliche (che vengono privatizzate) o di aziende private, all’impadronirsi di mercati - vendendo o affittando tecnologia progettata e sviluppata nel proprio paese. Sin dagli anni ’80 più della metà degli investimenti in America latina sono stati mirati all’acquisto di imprese a prezzi al di sotto del valore di mercato.
Invece di integrare i capitali pubblici o privati del luogo la maggior parte degli IE esclude la partecipazioni di detti capitali e mina i centri di ricerca tecnologica emergenti.

Relativamente ai mercati in espansione i dati sono disomogenei. In alcuni settori dove le imprese pubbliche necessitavano disperatamente di fondi, come le telecomunicazioni, i nuovi proprietari stranieri potrebbero effettivamente aver aumentato il numero di utenti ed allargato il mercato. In altri casi, come acqua, elettricità e trasporto, i pochi proprietari stranieri hanno ridotto il mercato, a danno delle categorie a basso reddito, aumentando le tariffe oltre le possibilità di molti consumatori.

L’esperienza con capitali stranieri e trasferimenti di tecnologia è ampiamente negativa. Più dell’80% delle ricerche e degli sviluppi effettuati vengono condotti nel paese di provenienza dei capitali. Il trasferimento di tecnologia altro non è che affitto o vendita di tecnologia sviluppata altrove, piuttosto che progettata sul luogo.
Le multinazionali esigono dalle consociate il pagamento dei diritti (royalty), costi di servizio e gestione per abbassare in maniera artificiosa o fraudolenta i profitti e le tasse dei governi locali.

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