domenica 17 febbraio 2013

Ravasi : IL CARDINALE DI SCALFARI

Toto Papa, c'è anche Ravasi: il monsignore che pontifica per Scalfari

Camillo Langone: no, vi prego, il Pontefice di Repubblica no. Eppure il preferito di Barbapapà è tra i cardinali papabili

Una prospettiva inquietante alla luce delle parole di un compiaciuto Scalfari secondo il quale il percorso teologico di Ravasi «mette in discussione l’assolutezza della verità e può condurre al relativismo, alla verità relativa che nasce nella coscienza autonoma di ogni individuo e che conduce verso un rapporto diretto con Dio scavalcando l’intermediazione della gerarchia sacerdotale». 

Ancora peggio di un nuovo Martini: un Hans Küng travestito da cardinale. Allora avevano visto giusto, i ragazzi di Papalepapale, il blog dei giovani tradizionalisti dove Ravasi viene definito addirittura «non cattolico». Citano un articolo dell’89 uscito sul settimanale del cattosinistrismo che si fa mainstream, Famiglia Cristiana, in cui il futuro porporato parla del processo a Gesù usando termini raccapriccianti: «L’unica documentazione diretta disponibile è quella dei Vangeli. Documentazione che, storicamente parlando, non è ineccepibile, essendo di parte e con finalità più teologiche che rigorosamente storiografiche…».

sempre sulla molto ospitale Famiglia Cristiana, nega esplicitamente la storicità dei Vangeli invitando a non «credere che Gesù risuscitò Lazzaro da morte, nel modo e nei particolari descritti da Giovanni». 

 commenti

 

9
Chi è davvero Ravasi
17/02/2013 20:11
Postato da Adriano_Meis
Per sapere veramente chi è Ravasi, consiglio a tutti di leggere l'ottimo libro "La guerra contro Gesù" del grande Antonio Socci (peratro pregiata penna di Libero). Ne esce un quadro allucinante!... Questo non solo è un senza-Dio: questo è un contro-Dio!... Io mi domando: ma quando fanno le nomine a cardinale, una sorta di test attitudinale, lo fanno?...
8
buttiamo in politica anche l'elezione del papa
17/02/2013 16:34
Postato da giobbicio
ma come vi permettete di esprimere simili giudizi, sarà lo spirito santo che guiderà i cardinali nel conclave e se Ravasi diverrà papa sono cose che noi umili terreni non possiamo commentare

 

 

 

I danni delle tasse di Monti

I danni delle tasse di Monti
da IL GIORNALE

sabato 16 febbraio 2013

ELEZIONI 2013 - GIANFRANCO LA GRASSA

La sinistra italiana è una cloaca.

Se si va avanti così, si rischia di far diventare meno antipatico il “coniglio”, perché i suoi
avversari sono una cloaca a cielo aperto, con odori sempre più nauseabondi che ci investono e ci
fanno temere una terribile pestilenza di tipo medievale. La destra è di una rozzezza e anche di una
ribalderia che lascia senza dubbio attoniti.
La sinistra è tuttavia l’annientamento di ogni briciolo di sovranità italiana, e non nel semplice senso del liberismo insensato e del filo-americanismo da venduti e servi nemmeno tanto ben pagati.

La sinistra continua a cianciare di operai e lavoratori (intendendo solo i salariati).
In realtà, è pronta ad aiutare la magistratura a distruggere le poche realtà industriali veramente importanti per dare un minimo di forza al nostro paese, per favorire i “cotonieri”, i farabutti dell’industria/finanza più strettamente legati agli Usa, che ormai ridurranno il nostro paese a semicolonia; e sono talmente inetti e sanguisughe che nemmeno ne faranno il “paradiso” dei miliardari americani che vogliano godere del Sole, di buona cucina e quant’altro.
I lavoratori di riferimento di simile “sinistra” sono quelli dei settori improduttivi (nel senso più letterale del termine, non in quello scientifico di Marx).

La sinistra, invece, ha osannato la “primavera araba”, ha gioito del massacro libico, ha aderito
alle più mostruose menzogne (ha subito accettato le balle delle fosse comuni vicino Tripoli o dei
bombardamenti aerei sulla piazza principale della Capitale, affollata di “democratici in lotta per la
libertà”, balle smentite in breve volger di tempo). Abbiamo sentito il vero capo di questa sinistra
ultrafilo-americana, Napolitano, sostenere che dovevamo adempiere i nostri doveri verso la Nato
nell’aggredire il libero paese per sottometterlo alle smanie di Obama.

La “sinistra” è un grosso flusso di agenti patogeni, penetrato nel corpo italico per ucciderlo e
viverci poi da saprofita. Normalmente, un organismo sano ha i suoi “soldati”, i globuli bianchi, che
si oppongono agli invasori e li annientano. E’ però indispensabile la sussistenza di un midollo
spinale funzionante, che li produca. Il ceto medio (nel senso di una sua decantazione con emersione
dei suoi settori vitali per il paese) dovrebbe essere questo midollo spinale. Al presente sembra
proprio che siamo degli invertebrati. Speriamo per il futuro. Resti un punto fermo: la “sinistra” è
l’agente patogeno per eccellenza, quello che apporterà la morte sicura.

http://www.cobaspisa.it/wp-content/uploads/2013/02/fuori-dai-denti.pdf

mercoledì 13 febbraio 2013

POLITICHE 2013, IL PROGRAMMA DI SILVIO BERLUSCONI


1. Dimezzamento dei costi della politica
2. Eliminazione dell’IMU sulla prima casa
3. No alla patrimoniale
4. Detassazione degli utili reinvestiti in azienda
5. Piano di attacco alla spesa pubblica eccessiva e improduttiva

programma elettorale grillo 2013

programma elettorale grillo 2013


1) abolizione delle Province;
2) abolizione dei rimborsi elettorali;

5) eliminazione delle pensioni privilegiate per i parlamentari;
6) stipendio dei parlamentari allineato alla media degli stipendi nazionali;
7) abolizione dell’Authority;

9) norme più stringenti per risparmiare sul riscaldamento degli edifici e sugli elettrodomestici;
10) incentivazione della produzione di biocombustibili;
11) incentivazione della produzione di energia termica con fonti rinnovabili.
Il programma prosegue con:
12) eliminazione dei contributi pubblici alle testate giornalistiche;
13) nessuno potrà essere proprietario di più del 10% di un canale televisivo;
14) asta pubblica ogni cinque anni per le frequenze televisive;
15) nessuno potrà essere proprietario di più del 10% di un quotidiano;
16) abolizione dell’Ordine dei giornalisti;
17) vendita ad azionariato diffuso, con proprietà massima del 10%, di due canali tv pubblici;
18) un solo canale tv pubblico senza pubblicità, indipendente dai partiti;

20) statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia;
20) copertura completa dell’adsl a livello nazionale;
21) eliminazione del canone telefonico per l’allacciamento alla rete fissa;
22) tetto nazionale massimo del 5% per le società di raccolta pubblicitaria facenti capo a un singolo soggetto economico privato;
23) divieto della partecipazione azionaria da parte delle banche e di enti pubblici a società editoriali;



27) impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno;
28) vietare gli incroci azionari tra sistema bancario e sistema industriale;
29) impedire l’acquisto prevalente a debito di una società (ad esempio Telecom Italia);

31) allineamento delle tariffe di energia, connettività, telefonia, elettricità, trasporti agli altri Paesi europei.
E ancora il Movimento 5 Stelle si prefigge di realizzare:
32) riduzione del debito pubblico con il taglio degli sprechi;
33) sussidio di disoccupazione garantito;
34) disincentivo dell’uso dei mezzi privati motorizzati nelle città;
35) sviluppo delle piste ciclabili;
36) blocco immediato della Tav in Val di Susa;
37) sviluppo delle tratte ferroviarie legate al pendolarismo;
38) copertura dell’intero Paese con la banda larga;
39) corsie riservate per i mezzi pubblici nelle aree urbane;
40) ticket sanitari proporzionali al reddito per le prestazioni non essenziali;
41) prescrizione medica dei principi attivi invece delle marche dei farmaci;
42) separare le carriere dei medici pubblici e privati;
43) incentivare la permanenza dei medici nel pubblico;
44) proibire gli incentivi economici agli informatori scientifici sulle vendite dei farmaci;
45) liste di attesa pubbliche e on line;
46) utilizzo degli oppiacei come la morfina contro il dolore;
47) finanziare la ricerca indipendente attingendo ai fondi destinati alla ricerca militare;
48) eliminare gli inceneritori;
 
50) graduale abolizione dei libri di scuola stampati rendendoli accessibili via Internet;
51) insegnamento obbligatorio della lingua inglese dall’asilo.

programma elettorale giannino

1 Ridurre l'ammontare del debito pubblico. E' possibile scendere rapidamente sotto la soglia simbolica del 100% del PIL anche attraverso alienazioni del patrimonio pubblico, composto sia da immobili non vincolati sia da imprese o quote di esse.

2 Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell'arco di 5 anni.

3 Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, 

Programma elettorale 2013 Samorì

  
Considerato che è obiettivo di massima urgenza fronteggiare il debito pubblico che opprime il Paese limitandone le risorse, il MIR presenta alcune proposte fondamentali e, in primo luogo, propone di 

1) acquisire al patrimonio pubblico a riduzione del debito, i 250 miliardi di riserve disponibili, auree e valutarie, detenute dalla Banca d’Italia, previa adozione di adeguati provvedimenti normativi e in concordanza con la Comunità Europea.

2) Propone inoltre analogamente di acquisire i patrimoni delle Fondazioni Bancarie, ferme restando le cautele nella gestione e nella dismissione delle quote partecipative delle Banche, e l’alienazione almeno di una parte di circa 50 -100 miliardi di patrimonio pubblico, prevedendo con legge speciale la possibilità d’ immediato utilizzo dei beni acquistati.

3) Considera ragionevole l’introduzione di una tassa patrimoniale sugli extraricchi, cioè con un patrimonio totale superiore ai 10 milioni di Euro.

I risparmi così ottenuti dalla diminuzione del debito pubblico permetterebbero di alleggerire la pressione fiscale, soprattutto a favore dei ceti medio/bassi ed a favorire la ripresa dei consumi, mantenendo l’aliquota delle imposte non superiore al 30%  con zero imposte fino a 15.000,00 di reddito.
La massima attenzione nei confronti dell’elusione delle imposte, fenomeno che genera diseguaglianze sociali e forme di criminalità, deve mantenersi costante con ogni mezzo, incoraggiando se necessario, l’uso della moneta elettronica al posto del contante.


Programma elettorale PD 2013

Programma elettorale PD 2013 di Bersani

Economia
Le 5 azioni per l’economia reale:

1. Liquidità per dare respiro alle imprese con un piano di 50 miliardi in 5 anni per il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese.
La misura sarà finanziata con l’emissione di titoli ad hoc sul modello dei Btp Italia

2. Investimenti con un grande piano di piccole opere: 7,5 miliardi di euro in tre anni per mettere in sicurezza scuole e ospedali. Con meno spese per i cacciabombardieri, fondi strutturali europei e sgravi fiscali per i privati che investono

3. Economia verde con lo sviluppo dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili e con la riqualificazione degli immobili, per rivitalizzare l’edilizia senza consumare territorio

4. Banda larga e Ict Una grande opera infrastrutturale per sviluppare un sistema di servizi che dia lavoro ai giovani

5. Industria 2020 Riprendendo il filo di Industria 2015

Il primo passo da compiere è un
ridisegno profondo del sistema fiscale che alleggerisca il peso sul lavoro e sull’impresa,
attingendo alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari. 

martedì 5 febbraio 2013

Il mito ossessivo della crescita

L'accumulazione di denaro, inteso come principio del benessere, aiuta i vincenti a dimenticare la morte, ma la morte di milioni di perdenti sta li a ricordare ogni momento la vanita' dell'operazione.
L'uomo, dalla Rivoluzione francese a questa parte, ha in mente un mondo in cui l'uguaglianza deve essere, obbligatoriamente, il valore piu' alto. Percorre da secoli una strada che lui stesso ha costruito, giorno dopo giorno, e che dovrebbe condurre all'uguaglianza totale in diritti e opportunita'. Eppure oggi un amministratore delegato guadagna 1000 volte quello che percepisce un operaio. Se e' l'uguaglianza che cerchiamo, allora abbiamo imboccato il percorso inverso. Stiamo correndo all'impazzata verso una fine che noi stessi ci siamo creati, con le nostre mani, fondando la nostra societa' sul mito dell'interesse, della crescita e del denaro, e forse l'ultima crisi economica non sara' il tramonto del capitalismo, ma e' la dimostrazione che c'e' qualcosa di dannatamente perverso in tutto questo. Il mito della ricchezza e' da tempo immemore una fissa dell'uomo, ma soltanto negli ultimi secoli, quello dei Lumi e della Rivoluzione industriale poi, ha finito col renderci oggetto della ricchezza, e non il soggetto. Prima era l'economia che girava attorno all'uomo, il quale ricopriva un valore centrale nell'universo, oggi e' l'uomo, privo di valore, a girare intorno all'economia, la quale riveste l'essenza centrale del nostro universo. L'unico senso, l'unico valore umano nell'Occidente capitalista, ma che di umano non ha nulla, e' fare sempre piu' denaro, o fare denaro col denaro, senza limiti e all'estremo, tanto che oggi l'individuo ha perso il suo status e viene chiamato consumatore. Siamo tutti consumatori: l'oggetto senza valore della crescita economica.
Vivendo in una societa' che fa dell'interesse, dello spread e della borsa l'unica essenza, abbiamo dimenticato che le societa' preindustriali avevano una certa riluttanza per il denaro e anzi, gli conferivano il valore per il quale fu ideato: quello dello scambio. Un tempo non troppo lontano, infatti, la combinazione era MERCE -DENARO - MERCE, dove la merce - come il pane o un indumento -, era il valore primario, quello per cui aveva un senso vivere, mentre il denaro serviva per lo scambio; oggi tutto e' ribaltato: la combinazione e' DENARO - MERCE - DENARO, dove il denaro e' il bene primario da accumulare, mentre la merce non ha piu' un valore, e anzi e' il mezzo che ci porta alla ricchezza. Ma in un mondo spoglio di valori, in cui l'unico fine e' quello della crescita economica, va da se' che il lavoro, come azione che genera denaro, ha assunto un aspetto fondamentale della vita. Chi oggi non lavora e' un parassita della societa', un reietto, un fannullone, un perditempo, tanto che pure la nostra Costituzione definisce l'Italia una 'Repubblica fondata sul lavoro'. Cosi tanto ciechi e sicuri del nostro sistema, siamo abituati a credere che tutte le societa' hanno una vita economica e sono costrette al lavoro per sopravvivere. Ma non e' cosi.
Nelle societa' primitive tutto e' magico e sacro. Di conseguenza il lavoro, attivita' profana che soddisfa bisogni elementari, e' causa di profanazione della natura e non ha senso ne' posto nella vita di tutti i giorni. Ci viene detto che queste civilta' primitive sono schiave delle loro stesse credenze. Ma e' tanto diverso per noi, che siamo schiavi delle nostre? Noi crediamo fermamente nella religione del progresso e della scienza, posseduti dalla magia del lavoro, mentre nelle societa' primitive questa razionalita' e l'economia non sono dominanti. Ma a ben guardare fino a 300 anni fa la societa' occidentale era piu' vicina a queste civilta' che a noi, pur essendo i posteri. Al tempo dei romani, ad esempio, l'idea che fosse necessaria una attivita' finalizzata per raggiungere il benessere del cittadino (terme, teatro, giochi circensi) non aveva ragione d'essere, perche' veniva offerto dalla generosita' dei grandi. Il concetto, pur in modo diverso, puo' valere anche per il periodo medievale e il primo Rinascimentale. Oggi niente e' in regalo e tutto e' in vendita.
La felicita', un tempo, era un valore senza prezzo. Oggi la si compra, e comprandola perde tutto il suo valore. Fino a prima della rivoluzione industriale non aveva ragione d'essere l'ideologia del lavoro, ma al contrario era viva quella del non-lavoro. L'idea dell'accumulare denaro era si esistente, ma tuttavia non era cio' che realmente importava - i banchieri e i mercanti erano malvisti -. Il tempo della vita, invece, era un fine ben piu' grande: si lavorava le ore necessarie per sopravvivere, poi il tempo, che era il bene piu' prezioso, lo si dedicava alle cose che piu' si amavano. Oggi il mito e' chi ha tempo non aspetti tempo, o il tempo e' denaro, perche' l'unico valore che esso puo' assumere in epoca industriale e' quello del non-tempo: bisogna sfruttarlo il piu' possibile per produrre, per creare, per crescere inesorabilmente, tanto che nell'ambiente lavorativo, in certe aziende, si mangia davanti al computer pur di non perdere un attimo. Ma che poi, pensandoci bene, che senso ha tutto questo? Un senso umano, intendo. Continuare a cresce economicamente, per cosa? Si dice per produrre benessere. Il Pil delle nazioni, da cinquant'anni a questa parte, e' aumentato grosso modo in Occidente come in Oriente - vedi la Cina - e, salvo la crisi economica, continua ad aumentare, eppure la ricchezza dei cittadini non e' mai stata direttamente proporzionale a quella degli Stati. La crescita infinita, poi, e' una chimera impossibile da raggiungere: qualcuno puo' spiegarci com'e' possibile in un mondo che ha dei limiti fisici, sia orizzontali che verticali, una crescita infinita?
L'idea e' che la societa' del benessere, come noi intendiamo la nostra, sia contrapposta alla paura della morte. Si tende al benessere, qualunque esso sia (denaro, ricchezza, bene fisico, potere, gloria, felicita') per allontanarsi da tutto cio' che e' male e che si riassume con il concetto di morte. Forse questo bisogno paranoico dell'accumulazione di denaro, inteso come principio del benessere, aiuta i vincenti a dimenticare la morte, ma come scrive Latouche 'la morte di milioni di perdenti sta li a ricordare ogni momento la vanita' dell'operazione'. Cosi mentre noi affondiamo nell'ennesima crisi economica, sicuri che l'unica uscita sia la crescita, in una societa' che ha perso i suoi valori e che si crede 'il migliore dei mondi possibili', da qualche parte in Africa o in sudamerica le civilta' primitive vivono senza nevrosi, non sapendo una mazza di cosa sia lo spread e la borsa.

Crescita economica ovvero crescita delle illusioni e delle follie

Gian Piero de Bellis

Crescita economica ovvero crescita delle illusioni e delle follie
(Settembre 2011)



Nell'autunno-inverno 1997-1998 Martine Aubry, ministro francese dell'occupazione e della solidarietà nel governo di Lionel Jospin, era preoccupata per la crisi economica, una delle tante crisi economiche causate dallo stato. A quei tempi vivevo in Francia, a Lyon, e seguivo regolarmente i notiziari. A una giornalista della televisione che la intervistava sul come superare la crisi, Martine Aubry, ministro della repubblica e numero due del governo, rispose con le seguenti testuali parole che non ho mai potuto dimenticare: “Il faut rélancer la consommation.
In sostanza, il ministro della solidarietà non faceva alcun riferimento alla fine dei privilegi, degli sprechi, dei parassitismi, delle ingiustizie, dei disservizi e via dicendo. No! Parlava soltanto di un rilancio massiccio dei consumi.
Rimasi perplesso, per non dire esterrefatto, a sentire quelle parole. Ma non era certo quella la prima volta che rimanevo perplesso al riguardo.
Andiamo allora indietro nel tempo.

Nel 1972, apparve una ricerca commissionata da un gruppo di persone capeggiate dall'industriale Aurelio Peccei, e riunite sotto la sigla del Club di Roma. Il rapporto, intitolato Limits to Growth (maldestramente tradotto in italiano come Limiti dello Sviluppo) fece notevole scalpore. In esso si formulava la tesi che una crescita economica continua nella produzione e nei consumi in presenza di risorse naturali oggettivamente limitate avrebbe condotto, entro i prossimi cento anni, ad un esaurimento delle risorse stesse e quindi ad una crisi sociale epocale con conseguente crollo del benessere delle popolazioni. L'invito quindi era quello di prepararsi, e passare ad un modello sociale ed economico che tenesse conto di queste limitazioni.
Il rapporto fu visto da molti, e specialmente da coloro che si collocavano sotto l'etichetta di “progressisti di sinistra” come una macchinazione capitalista per sancire in eterno il divario tra i popoli (quelli sviluppati e quelli arretrati) e quindi come una sorta di catastrofismo neo-imperialista.
Anche quella volta rimasi perplesso per una simile interpretazione nei confronti di uno studio che poteva invece essere un punto di partenza interessante per la riflessione e la discussione. La mia perplessità sorgeva anche dal fatto che, a quei tempi, non avevo ancora capito quale fosse il paradigma concettuale (o, detto in maniera più diretta, gli interessi concreti) su cui si poggiavano le critiche degli oppositori al rapporto.
Ma, per chiarire ciò, dobbiamo fare ancora un passo all'indietro.

Nel 1936, John Maynard Keynes pubblicò la sua Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta che era, in sostanza, un inno alla spesa statale e al consumo delle famiglie. Il successo fenomenale della teoria keynesiana ha a che fare con taluni aspetti importanti della dinamica politica e personale, in assenza di limiti dettati dalla razionalità, e cioè la voglia di potere (stato) e la voglia di consumo (individuo).
In sostanza, attraverso Keynes, le manie di grandezza assoluta dello stato e le pulsioni edonistiche senza limiti dell'individuo trovano una rispettabilità intellettuale che sarebbe stata inconcepibile prospettare solo alcuni decenni prima. Per dirla in maniera molto sintetica, con Keynes la morale dell'Inghilterra Vittoriana basata sul risparmio e sulla moderazione viene condannata e totalmente rimpiazzata dall'elogio del consumo e dalla rivalutazione dello spreco come strumenti per far funzionare l'economia.
La visione keynesiana si basa dunque su due aspetti fondamentali: consumi e crescita. I consumi spingono alla crescita e la crescita stimola i consumi. Nella visione keynesiana la crisi economica è risolvibile solo facendo ripartire i consumi i quali riavvieranno la crescita. Uno schema talmente semplice e talmente elementare che non poteva non attirare le simpatie dei più semplici tra i semplici, vale a dire dei più idioti tra gli idioti: i politici e i giornalisti.
Con Keynes, il comportamento sensato di un capofamiglia che vive nei limiti delle sue possibilità economiche e, qualora indebitato, cerchi di risparmiare riducendo spese non essenziali, diventa, a livello statale, un comportamento condannabile e irrazionale. In sostanza, la follia debitoria dell'individuo che spende e spande diventa attività altamente meritoria qualora praticata dallo stato e dalle sue cricche.

Ecco allora, rifacendo un salto nel tempo, individuata la fonte della posizione di Martin Aubry quando dichiarò in maniera perentoria: Il faut rélancer la comsommation. Per la socialista statalista keynesiana Martine Aubry, la ripresa dei consumi avrebbe riavviato la crescita e posto fine alla crisi.
A questo punto però bisogna approfondire l'analisi e capire quanto è fondata una posizione che:
a) si basa sui consumi per rilanciare la crescita
b) si basa sulla crescita per uscire dalla crisi.
A) Consumi. Nell'analisi keynesiana, di cui il massimo rappresentante attuale è Paul Krugman, le origini della crisi sono individuate in un calo della spesa complessiva. Questa convinzione risulta però fallace dal punto di vista sia fattuale che concettuale:
- Fattuale. Una analisi dei dati relativi all'economia americana in questo periodo ci dice che le spese per consumi sono aumentate nel corso del 2011 e sono adesso ad un livello superiore rispetto al periodo precedente la crisi (http://mises.org/daily/5641/Its-Not-about-Consumption). Nonostante ciò non vi è alcun segno di miglioramento della situazione economica. E questo è avvenuto anche in periodi passati di crisi (la Grande Depressione e il New Deal).
- Concettuale. L'idea che un indebitamento colossale dello stato e anche di molte famiglie (ad es. per l'acquisto di una casa) possa trovare una soluzione positiva attraverso livelli ancora più elevati di indebitamento, stampando denaro e distribuendolo a pioggia, rivela segnali di dubbia lucidità mentale (ovvero, pura e semplice follia) oltre che di dubbia moralità (ovvero, pura e semplice degenerazione).
B) Crescita. La crescita è vista da quasi tutti, keynesiani e molti anti-keynesiani, come il toccasana per uscire dalla crisi e far ripartire l'economia. I keynesiani puntano sui consumi pensando che così gli imprenditori faranno ripartire gli investimenti (produzione); molti anti-keynesiani puntano sul risparmio e sugli investimenti dando per scontato che la domanda (consumi) assorbirà una riavviata produzione. Nessuno, tranne minoranze molto marginali di fautori della decrescita, si pone la domanda: perché crescere? Tanto è vero che quasi tutti, dal colbertista Tremonti alla maggioranza degli antikeynesiani, sono a studiare misure per la crescita (attraverso più stato) o a invocare un ritorno alla crescita (attraverso meno stato). Per tutti costoro, la crescita è positiva, sempre e ovunque. Punto e fine della discussione.
A mio avviso invece è indispensabile porsi le seguenti tre domande:
1. Quando è necessaria la crescita?
2. A chi torna utile la crescita?
3. Cosa porre, eventualmente, al posto della crescita?
A queste domande provo a dare una risposta sommaria, giusto per avviare una riflessione.
1. La crescita è necessaria quando ci sono bisogni insoddisfatti e risorse materiali unite a capacità tecnologiche che potrebbero soddisfarli. Un esempio positivo in tal senso è dato dalla Rivoluzione Industriale che ha permesso il soddisfacimento di bisogni di nutrizione e di migliori condizioni di vita sulla base di una crescente produttività frutto del progresso tecnologico. Un esempio negativo invece è dato dall'aumento crescente dei consumi nelle società occidentali avanzate sulla base di un indebitamento continuo. In sostanza, la crescita promossa dallo stato assistenziale ha significato, in moltissimi casi, comperare cose di cui non si ha bisogno, con risorse di cui non si ha la disponibilità, generando situazioni di malessere fisico, culturale e morale (obesità, mancanza di autonomia, invidia, ecc.).
2. Poiché la crescita nei paesi avanzati a elevato livello di consumi è generalmente di questo secondo tipo, è necessario chiedersi come mai tutti o quasi siano favorevoli alla crescita (che vuol dire soprattutto aumento dei consumi). La risposta è presto data ed è in relazione al fatto che lo statismo, consapevolmente o inconsapevolmente, è il paradigma su cui si basa il ragionamento della stragrande maggioranza delle persone. Per esse, le entrate dello stato sono equiparate quasi a un reddito che va a vantaggio degli individui e delle famiglie. La crescita dei consumi è dunque invocata e auspicata da tutti gli statalisti in quanto, su ogni unità di consumo, la Banda Bassotti dello Stato e dei suoi affiliati, ricava, attualmente, il 21% (IVA) di profitto (per alcuni prodotti, tipo la benzina, andiamo oltre il 50%). Ne consegue che la crescita dei “vostri” consumi è la condizione indispensabile per uscire dalla “loro” crisi. Senza la crescita, che vuol dire senza un aumento delle entrate fiscali su ogni bene e servizio venduto sul mercato da loro controllato, lo stato bancarottiere è spacciato.
3. La fine dello stato è però l'inizio di una vita sensata e serena per gli individui. Per le persone che vivono in società avanzate e che godono già di un livello di benessere materiale (consumi) decente, l'ansia di dover crescere ad ogni costo, anno dopo anno, per allontanare lo spettro della crisi, non dovrebbe esistere. La crisi è il risultato dell'attività della piovra statale che succhia risorse a tutti, e quanto più queste risorse si moltiplicano, tanto più si allarga l'area dello spreco e del parassitismo. Per cui non si porrà mai fine a questa pazza corsa della crescita fino a quando ci saranno produttori-lavoratori schiavi, accecati anch'essi dal mito della crescita, che comportandosi da utili idioti, continueranno a vivere in una dinamica schizofrenica fatta di produrre-consumare sempre di più per essere continuamente spolpati fino all'osso dai parassiti di stato. Chiaramente, dal momento che le persone produttive hanno in sé quasi una molla verso la creatività e la produzione di qualcosa di buono e di utile in maniera sempre più perfezionata e su scala sempre più allargata (questo si chiama il processo civilizzatore) è necessario sostituire il mito illusorio della crescita con la realtà illuminante dello sviluppo. E per chiarire la differenza tra crescita e sviluppo penso che sia sufficiente concludere con questa citazione presa dai Principi di Politica Economica (1848) di John Stuart Mill, in cui Mill, una volta che si è giunti ad un certo livello di benessere economico, si dichiara a favore dello sviluppo personale e sociale (chiamato stato stazionario) al posto della ulteriore crescita materiale:
“Io non posso considerare lo stato stazionario del capitale e della ricchezza con l’avversione spontanea manifestata dagli economisti politici della vecchia scuola.”
“Confesso che non sono attratto dall'idea di una vita come quella concepita da coloro che pensano che la condizione normale dell'essere umano sia quella di lottare per sopravvivere; che calpestarsi, schiacciarsi, sgomitarsi, e pestare i piedi a qualcuno, che è la forma corrente di vita sociale, sia il destino più augurabile per il genere umano.”
“È a malapena necessario notare che una condizione stazionaria del capitale e della popolazione non implica uno stato stazionario riguardo al miglioramento dell’essere umano. Vi sarebbe ugualmente campo per ogni tipo di coltivazione dell’intelletto e di progresso morale e sociale: così tanto spazio per affinare l’Arte del Vivere, e maggiore probabilità di tale miglioramento, quando le menti cessano di essere preoccupate dal mestiere di sopravvivere.” (Libro IV, Capitolo VI)

lunedì 4 febbraio 2013

Gli investimenti esteri causano povertà

Mito n° 1 Gli Investimenti all’Estero (IE) creano nuove imprese, migliorano o espandono i mercati, stimolano nuove ricerche e lo sviluppo di “Know How” tecnologico locale.

La maggior parte degli IE sono mirati all’acquisto di imprese redditizie pubbliche (che vengono privatizzate) o di aziende private, all’impadronirsi di mercati - vendendo o affittando tecnologia progettata e sviluppata nel proprio paese. Sin dagli anni ’80 più della metà degli investimenti in America latina sono stati mirati all’acquisto di imprese a prezzi al di sotto del valore di mercato.
Invece di integrare i capitali pubblici o privati del luogo la maggior parte degli IE esclude la partecipazioni di detti capitali e mina i centri di ricerca tecnologica emergenti.

Relativamente ai mercati in espansione i dati sono disomogenei. In alcuni settori dove le imprese pubbliche necessitavano disperatamente di fondi, come le telecomunicazioni, i nuovi proprietari stranieri potrebbero effettivamente aver aumentato il numero di utenti ed allargato il mercato. In altri casi, come acqua, elettricità e trasporto, i pochi proprietari stranieri hanno ridotto il mercato, a danno delle categorie a basso reddito, aumentando le tariffe oltre le possibilità di molti consumatori.

L’esperienza con capitali stranieri e trasferimenti di tecnologia è ampiamente negativa. Più dell’80% delle ricerche e degli sviluppi effettuati vengono condotti nel paese di provenienza dei capitali. Il trasferimento di tecnologia altro non è che affitto o vendita di tecnologia sviluppata altrove, piuttosto che progettata sul luogo.
Le multinazionali esigono dalle consociate il pagamento dei diritti (royalty), costi di servizio e gestione per abbassare in maniera artificiosa o fraudolenta i profitti e le tasse dei governi locali.

Movimento per la Decrescita Felice

Il Movimento per la Decrescita Felice (MDF) è un movimento italiano nato e cresciuto informalmente dall'inizio degli anni 2000 sui temi della demitizzazione dello sviluppo fine a se stesso, e successivamente sfociato in un'associazione fondata da Maurizio Pallante, esperto di risparmio energetico. Il movimento, chiaramente ispirato alla decrescita teorizzata da Nicholas Georgescu-Roegen, fondatore della bioeconomia, ed in linea con il pensiero di Serge Latouche, parte dal presupposto che la correlazione tra crescita economica e benessere non sia necessariamente positiva, ma che esistano situazioni frequenti in cui ad un aumento del Prodotto interno lordo (PIL) si riscontra una diminuzione della qualità della vita.[senza fonte]
Successivamente MDF si è formalmente costituita come un'associazione di promozione sociale e nello specifico la sua struttura ha una forma federale; un'associazione di associazioni coi suoi Circoli Territoriali attivi sul territorio nazionale. Ad oggi vi sono circoli, associazioni di promozione sociale regolarmente registrate, denominati Movimento per la Decrescita Felice a: Aosta, Bergamo, Bolzano, Cagliari, Castelli Romani, Como, Genova, Portogruaro (VE), Mantova, Milano, Napoli, Parma, Roma, Salerno, Torino, Urbania (PU). In via di costituzione a Campobasso, Cuneo, Firenze, Lecce, Merate-Robbiate (LC), Mira (VE), Muggia (TS), Potenza, Siracusa, Sorrento, Trieste, Verona.

L'occidentalizzazione del mondo

L'occidentalizzazione del mondo è un saggio dello scienziato sociale Serge Latouche del 1989 sul tema della globalizzazione ed occidentalizzazione del mondo.
L'autore ripercorre la storia dell'imperialismo, del colonialismo e della decolonizzazione che hanno stravolto i sistemi economici e profondamente mutato gli scenari culturali di tutte le aree del mondo, ed hanno portato ad una assimilazione ed uniformazione ai valori occidentali. Cerca quindi di identificare la natura del soggetto di questi processi: l'occidente. Lo definisce come un'entità non più solo geografica, ma ideologica, che è stata caratterizzata dal sentirsi espressione di una razza bianca, fino all'ingresso del Giappone a pieno titolo nella sua sfera. Fondamentale è l'aspetto religioso inoltre, con l'universalità del messaggio cristiano e l'individualismo protestante alla base della politica dei diritti umani e dell'utilitarismo. Da questi valori scaturisce il messaggio etico che si attribuisce l'occidente: la missione di liberazione degli uomini dall'oppressione e dalla miseria. Ma per Latouche:
« La riduzione dell'Occidente alla pura ideologia dell'universalismo umanitario è troppo mistificatrice senza peraltro evitare le insidie del solipsismo culturale che porta direttamente all'etnocidio. È difficile dissociare il versante emancipatore, quello dei Diritti dell'uomo, dal versante spoliatore, quello della lotta per il profitto. »
L'altro carattere saliente dell'Occidente è lo stretto legame con capitalismo e industrializzazione. Ma nemmeno questo, essendo storicamente contingente, ne esaurisce l'essenza. Possiamo quindi cogliere il concetto di Occidente soltanto nel suo movimento, come unità fondamentale di una serie di fenomeni dispiegatisi nella storia. E questa dinamica, che ha visto muovere nel tempo il centro del fenomeno, e non permette di prevedere dove esso sarà domani, ha fatto sì che l'Occidente si sia identificato con il paradigma deterritorializzato a cui ha dato origine.
Secondo Latouche l'interpretazione del fenomeno imperialista/coloniale data dalle analisi marxiste non è sufficiente: concentrarsi sul lato economico, sulla necessità di spazi per il capitale e sullo sfruttamento porta a non vedere il dinamismo culturale ad essi connesso. Il "terzo mondo" viene sempre descritto in condizione di abbandono. Questa condizione è causata da una deculturazione che si aggrava a causa della terapia: le politiche di "sviluppo":
« L'introduzione dei valori occidentali, quelli della scienza, della tecnica, dell'economia, dello sviluppo, del dominio della natura sono basi di deculturazione. Si tratta di una vera e propria conversione.[...] Il veicolo di essa non può essere la violenza aperta o il saccheggio sia pure mascherato in scambio mercantile ineguale: è il dono. »

Semplicità volontaria

Semplicità volontaria è, in lingua italiana, il neologismo che definisce quello che, principalmente nel mondo anglosassone, viene chiamato all'interno del mondo del lavoro il downshifting - parte integrante del più vasto concetto del lifestyle, lo stile di vita, o simple living, del vivere in semplicità - ovvero la scelta da parte di diverse figure di lavoratori - particolarmente professionisti - di giungere ad una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero (famiglia, ozioso relax, hobbystica, ecc.).

Questa innovazione all'interno delle filiere produttive industriali ed economiche ha dato vita ad un vero e proprio movimento di pensiero ed è considerata dai sociologi una delle più eclatanti e vistose conseguenze di uno fra i molti mutamenti sociali e di costume intervenuti negli ultimi anni nell'ambito del mondo del lavoro.
Assumendo come termini di riferimenti il downshifting (e il conseguente downshifter, ovvero colui che attua la scelta di preferire una maggiore disponibilità di tempo libero al miraggio di possibili brillanti carriere professionali), va detto che su tale fenomeno si sono innestati studi sociologici tesi a comprendere la reale portata del cambiamento anche sotto l'aspetto puramente del costume all'interno di concetti ormai ampiamente diffusi come quelli concernenti la qualità della vita nell'era del consumismo.
Il termine downshifting - a cui è stata dedicata, per iniziativa della Gran Bretagna, la settimana 23-29 aprile 2007 - è apparso per la prima volta nel 1994 sul Trends Research Institute di New York City[1]. A distanza di una dozzina di anni è stato acquisito dal New Oxford Dictionary che ne ha fissato il valore lessicale individuandone il significato nel (libero) scambio di una carriera economicamente soddisfacente ma evidentemente stressante, con uno stile di vita meno faticoso e meno retribuito ma più gratificante.
Va da sé che alle spalle di una tale scelta paiono esservi motivazioni altre e alte, come una maggiore considerazione per i temi dell'ecologia, della salute fisica e psicologica e, in ultima analisi, per una visione della vita in minore chiave consumistica (dove l'equazione meno lavoro meno guadagno pare fare fede a sufficienza), oltre che per un recupero di valori da tempo dati per superati come una rivalutazione dell'ozio, un recupero del concetto di lentezza, i mali che una economia drogata può portare con sé.

 

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Movimento per la Decrescita Felice

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Decrescita Felice Social Network

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Inizia oggi la collaborazione tra Decrescita Felice Social Network e Movimento per la Decrescita Felice. L'obiettivo è diffondere con più efficacia i principi della ...

Maurizio Pallante Decrescita felice

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Maurizio Pallante Decrescita felice, Associazione Paea, energie rinnovabili, risparmio energetico, bioedilizia, educazione ambientale, servizi di consulenza, ...

Decrescita Felice – Circolo di Torino | “Chi crede che una crescita ...

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24/gen/2013 – Decrescita Felice – Circolo di Torino. “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all'infinito in un mondo finito è un pazzo.
 

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Festa della decrescita felice. Trieste, 10-12 marzo 2011.  La giornata di lavoro sulle “buone pratiche†, per come è stata preparata attraverso le schede di ...
 
 

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Il DFSN non vuole essere alternativo ai movimenti esistenti in Italia come il Movimento per la Decrescita Felice di Maurizio Pallante o l'Associazione per la ...

2012: dalla crescita insostenibile alla decrescita felice | Venezia 2012

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2012: dalla crescita insostenibile alla decrescita felice. lunedì, 9 gennaio 2012 17:27 in Rassegna stampa. di Maurizio Pallante e Luca Salvi Un mondo sta ...

Per una decrescita felice

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Anche a Sciacca si presenta il Movimento per la decrescita felice. Passata la giornata della presentazione, la locandina si rinnova con i testi composti per ...

MANIFESTO DEL MOVIMENTO PER LA DECRESCITA FELICE

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09/set/2004 – Il movimento della Decrescita Felice, ipotizzato con geniale ironia da Maurizio Pallante, è uno di quei movimenti che dovrebbero avere una ...

Decrescita Felice - Notizie in Liquida

www.liquida.it/decrescita-felice/
Fonte: Decrescita Felice Social Network L'Uomo si è ormai perso nella sua corsa feroce al Progresso, tutti gli ambiti delle sue attività danno continui messaggi ...

Movimento Decrescita Felice di Verona e provincia | Circolo ...

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5 giorni fa – È ora di cambiare paradigma culturale per passare dalla crescita insostenibile alla decrescita felice (non a caso il termine decrescita è stato ...
 

Decrescita Felice Bergamo

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